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Uomini d’oro, una stupefacente pagina di storia

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uomini d'oro furto poste Giuliano Guerzoni
uomini d'oro furto poste Giuliano Guerzoni
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È il freddo dicembre del 1996 a Tirana. La polizia albanese sta circondando la casa di un fuggitivo. È all’interno che dorme con la sua compagna e nonostante abbia fatto di tutto per rendersi irriconoscibile, le forze dell’ordine non hanno dubbi: a pochi passi da loro c’è uno degli uomini d’oro, rapinatore miliardario ed omicida.

Ci sono storie da film di cui abbiamo scritto, vicende cui Torino ha fatto da sfondo, degne della più inverosimile finzione, come nel caso degli uomini d’oron. Molte volte con toni che sanno di dramma cinematografico, altre volte vere e proprie commedie. Questa è la bizzarra storia di una rapina rocambolesca, di un piano ben architettato, di trame ed orditi e di assassini. Questa è la storia degli uomini d’oro e dei toni agrodolci che ne fanno uno dei fatti di cronaca più stupefacenti della storia d’Italia.

La vicenda di cronaca nera, che vede protagonisti gli uomini d’oro, inizia sotto una luce quasi comica e con una clamorosa rapina il 25 giugno ’96. Il piano è geniale quanto semplice: durante il giro di raccolta dei sacchi contenenti denaro destinato alle poste, un gruppo di ladri effettuerà uno scambio, sostituendo i sacchi all’interno del furgone con altri contenenti ritagli di giornali e persino di alcuni numeri di Topolino.

La mente del piano era inizialmente Giuliano Guerzoni, autista delle Poste, residente a Strevi nell’ Acquese, personaggio noto nell’alessandrino per il suo “fare da playboy”, come riportano i giornali dell’epoca. Questi era in società col collega Enrico Ughini, cosa che faceva del duo un gruppo di ladri improvvisati e, a quanto pare, tutt’altro che scaltri.

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“Credetemi, è un gioco da bambini – spiegava Guerzoni agli amici – basta sostituire i plichi con i quattrini ritirati dagli uffici postali con altri identici, ma pieni di carta straccia. Il giorno stesso partiremo per il Costarica.

Uomini d'oro, una stupefacente pagina di storia
Uomini d’oro, una stupefacente pagina di storia

 

Alla sostituzione avrebbe provveduto Ughini, nascosto nel cassone del furgone. A questo punto manca solo un complice, ovvero lo “scambista”, l’ impiegato che ritira materialmente i plichi e che li deposita nel vano del furgone. ” La scelta ricadde quindi su Domenico Cante, personaggio che lo stesso Guerzoni definì “un tontolone a cui però piacciono i soldi”.

Con la prenotazione in tasca di un volo Varsavia – Costarica per il giorno seguente, Guerzoni e Ughini iniziano l’operazione il 25 giugno. L’autista, come al solito, ritira il suo furgone dal parcheggio di corso Tassoni a Torino e nasconde Enrico Ughini nel cassone interno.

All’ufficio postale di Porta Nuova sale quindi Cante e con tanto di scorta di polizia, parte la rassegna degli uffici postali per il ritiro del denaro. Terminato il giro, Cante consegna i sacchi – contenenti carta straccia – ai colleghi dell’ ufficio postale di Porta Nuova, che li ripongono in cassaforte. Guerzoni, invece, riporta il furgone alla rimessa, nasconde in un’auto la refurtiva, assieme ed Ughini. Il clamoroso colpo viene scoperto la mattina successiva.

I dieci sacchi contenevano quasi 5 miliardi di cui la metà in contanti. Essendo però questo un gruppo di ladri goffi ed incapaci, alla consegna c’è un sacco in più rispetto a quanti ritirati. Ughini, nello scambiare la refurtiva, si era confuso ed aveva rimesso fuori uno dei sacchi originali, perdendo parte del denaro e commettendo un clamoroso passo falso. Cante, presentatosi regolarmente al lavoro il giorno successivo il furto miliardario, viene interrogato.

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Uomini d’oro, una stupefacente pagina di storia

 

Nega ogni coinvolgimento e in mancanza di prove viene rilasciato. Guerzoni è scomparso e altrettanto farà Ughini, verso il quale verrà emesso un provvedimento di ricerca il 2 luglio. L’idea degli investigatori, della stampa e dell’opinione pubblica è unanime: i due sono i colpevoli e sono riusciti a scappare all’estero con 5 miliardi di Lire. L’inchiesta sembra giunta ad un punto morto.I ladri ce l’hanno fatta e quasi certamente quei soldi non verranno più recuperati.

Il 13 luglio tuttavia, un contadino darà una svolta alle indagini. Nei boschi della val di Susa, l’uomo trova due corpi, sepolti in due sacchi a pelo. Non c’è dubbio; quei due cadaveri appartengono ai postini che si stanno cercando, appartengono a quelli che la stampa ha ribattezzato “gli uomini d’oro”. L’ipotesi è che i due siamo stati uccisi durante una lite per il bottino.

Viene arrestato Cante e dopo numerosi interrogatori salta fuori un nuovo nome: Ivan Cella, socio del primo in una piccola impresa di impianti elettrici. Che sia lui la mente dietro tutto?

Che gli omicidi e il furto della somma siano stati premeditati da un personaggio che non era ancora entrato in scena? Cella, gestore della birreria “La Frontiera” di Susa, viene convocato in questura. Riferisce la sua versione e si dice estraneo ai fatti, ma la vicinanza geografica al duplice omicidio e la conoscenza personale del gruppo di ladri danno adito a più di un sospetto.

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Cella tuttavia, non può essere trattenuto e il giorno successivo, probabilmente con il bottino e la sua compagna, scappa all’estero.

Le indagini non si fermano e culminano con la cattura a Tirana di Cella, con una delle più grandi operazioni di collaborazione tra la polizia albanese e quella italiana. Ivan Cella che da subito mente persino sulla sua identità, crollerà a Torino davanti ai giudici della Corte d’Assise.

“Ammetto le mie responsabilità”, dirà l’ex barista dopo aver chiesto quella che giuridicamente si definisce una “dichiarazione spontanea”. Aggiungerà, “Temevamo che potessero essere dannosi” e stupirà la corte e la stampa con la sua dichiarazione; “La buca in cui li seppellimmo l’avevamo già scavata verso il 20 maggio”.

Un delitto più che premeditato, dettato dalla ferocia e dall’avidità. Gli ultimi colpi di scena hanno il sapore agrodolce che impregna tutta la vicenda, quasi fosse un film di Jean-Louis Trintignant. Dei 5 miliardi non vi è traccia e ancora oggi non si sa come Cante e Cella siano riusciti a far sparire quella somma in così poco tempo.

Non manca un lato mediatico che sfocia nel gossip e nella morbosità dell’interesse pubblico: durante il processo, Cella e  la sua compagna, Cristina Quaglia, annunceranno il loro matrimonio.

Con le condanne di Cante e Cella si conclude la saga degli Uomini d’oro, del loro assurdo e rocambolesco piano, con tanto di fughe, denaro mai più ritrovato e un duplice omicidio.

  Michele Albera

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