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Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo

1918
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Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo
Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo

18 rapine a mano armata. 90 milioni di lire come bottino. 4 anni di violente scorribande. 3 ergastoli. 5 morti ammazzati. 27 feriti. 1 solo nome: Pietro Cavallero.

Sono solo alcuni dei numeri che raccontano l’epopea criminale di Pietro Cavallero e della sua banda che razziò il Nord Italia dal 1963 al 1967.

Pietro Cavallero, chiamato Piero da chi lo conosceva, era un comunista che sognava la rivoluzione violenta. Lo ricordano come carismatico, determinato, intelligente, colto nonostante l’estrazione sociale proletaria. La sua visione di lotta marxista era da farsi a mano armata e vagheggiava una continuità con gli ideali della resistenza seppelliti dopo il 1945.

Colpire il capitalismo al cuore, assaltare le banche dunque, era la sua strategia politica.

Quartiere di Barriera di Milano, Torino, anni ’60: la città operaia nata all’ombra degli stabilimenti FIAT. Fu questo il terreno dove nacque quella piccola, inutile, improvvisata ma feroce rivoluzione.

La Banda Cavallero al banco degli imputati
La Banda Cavallero al banco degli imputati

Fu qui, alla “Bariera dl’Emme”, che Cavallero strinse amicizia e arruolò nella sua guerra contro il mondo Adriano Rovoletto, ex-partigiano e apprendista falegname, e Sante Notarnicola, immigrato pugliese e rosso fino al midollo.

Tra i tavoli dei bar di corso Vercelli e le sezioni del PCI e della Federazione Giovanile Comunista Italiana di Barriera i tre siglarono il loro patto d’azione.

Erano spinti da rabbia sociale, da un leninismo metropolitano, da incontenibili pulsioni di riscatto aggressivo, dalla voglia di guerriglia come sfida all’odiato potere, da un nichilismo anarchico e banditesco.

E i tre ribelli di Barriera diventarono pistoleri da Far West.

Fu proprio per la loro natura anomala e “politica”, quasi da pionieri del terrorismo degli anni successivi, che riuscirono a rimanere impuniti per tanto tempo; per commissari e marescialli erano fantasmi.

Non si comportavano come gli altri tipici colleghi spendaccioni e sbruffoni. Non c’era in questo caso il classico cliché del delinquente cittadino; non c’erano fuoriserie e night e baldracche e visoni. Come disse uno della banda, la prima banca serviva per mangiare, la seconda, la terza e la quarta per fare la rivoluzione.

Misero a segno un colpo dopo l’altro tra Piemonte e Lombardia.

Furono maestri nella tecnica “bis” che in un occasione, a Milano, fu addirittura “tris”. Svaligiavano cioè due o tre banche nella stessa giornata e in un arco di tempo brevissimo.

Vettura a folle velocità – passamontagna & mitra – tutti a terra, questa è una rapina! – via con il malloppo –u’altra volta a folle velocità – giù di nuovo i passamontagna – solita formula: tutti a terra, questa è una rapina! – via con il malloppo.

Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo
Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo

E ma poi le cose degenerarono presto. In una filiale di Ciriè ci scappò il morto. Un anziano medico sordo tra i clienti della banca probabilmente non capì gli ordini agitati dei gangster dalla stella rossa. Commise la leggerezza di infilare la mano dentro il soprabito: giustiziato sul posto.

L’episodio più cruento e che fu anche l’epilogo della banda Cavallero, si svolse però a Milano, il 25 settembre 1967.

Oltre a Cavallero, Rovoletto e Notarnicola fu coinvolto anche Donato Lopez, un apprendista brigante di diciassette anni.

Avete presente il bellissimo film “Heat – la Sfida” con Al Pacino e Robert de Niro e la sua scena clou della sparatoria tra le strade di Los Angeles?

Ebbene, quel maledetto 25 settembre 1967 Milano conobbe un inferno analogo, ma non cinematografico bensì con sangue vero.

Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo
Pietro Cavallero: la guerra del bandito coi denti da lupo

Era pomeriggio e, a bordo di una FIAT 1100 rubata, i quattro banditi si fermarono al Banco di Napoli in largo Zandonai.

Avevano mitra e pistole, come al solito. Dopo aver riempito i sacchi con le banconote, la mano discreta di un cassiere riuscì ad azionare l’allarme. Le sirene, tante sirene di volanti, iniziarono il loro concerto tra i corsi e i viali milanesi avvicinandosi rapide sul luogo della rapina.

 

E scoppiò il finimondo.

 

I mitra della banda cominciarono a sputare raffiche già all’uscita della banca. Fuoco! Crepitare di armi automatiche! Revolverate per uccidere!
La banda Cavallero era disperata; era una iena braccata dalle pantere della polizia. Oltre quaranta erano le auto verdi delle forze dell’ordine lanciate all’inseguimento, una roba da film americani. Dentro l’abitacolo della FIAT 1100 corsara, si puntavano i mitra e le pistole, si faceva fuoco, si ricaricava, si sparava ancora.

Una follia.

La banda, come una scheggia kamikaze nel traffico, era comunque determinata a guadagnarsi una via di fuga con il piombo. Nessuno aveva intenzione di arrendersi. Non premettero allora più i grilletti solo contro le guardie ma sventagliarono proiettili anche contro i passanti e altri sfortunati sulla strada.

Per mezz’ora, per chilometri e chilometri di corsa omicida, le vie di Milano scesero in guerra, tra carambole di macchine che si scontravano, duelli mortali dai finestrini abbassati e braccia di agenti che si sporgevano con le pistole in pugno per fermare il commando impazzito. Spari, stridere di pneumatici e sirene urlanti riecheggiavano tra i palazzi.

Quando la FIAT si fermò, la banda aveva lasciato dietro di sé 4 morti e 19 feriti. Tentarono di dileguarsi a piedi ma chi prima e chi poi, furono acciuffati tutti. Ergastolo, fu l’ovvia sentenza.

Ma questa storia non finisce qua. C’è un altro capitolo che merita una nota di rispetto e riguarda il sincero percorso di pentimento intrapreso da Pietro Cavallero durante la sua lunga detenzione. Fu sì delinquente e feroce gangster, ma dimostrò che anche per i peggiori criminali c’è la possibilità di cambiare. Adoperò quanto rimaneva della sua vita per il volontariato tra gli ultimi. Dimostrò di non cercare nessun vantaggio dalla sua condizione di pentito, chiedendo il perdono ai parenti delle vittime solo dopo aver ottenuto la libertà condizionata e non prima come una mossa calcolatrice ed ipocrita per ottenere uno sconto di pena.

Gesti di un assassino che scelse di morire da uomo nuovo e giusto.

 

a cura di Federico Mosso

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