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Io speriamo che me la cavo…a fare i cornetti

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Io speriamo che me la cavo...a fare i cornetti
Io speriamo che me la cavo...a fare i cornetti

Entrando nel locale la prima cosa che noti è la maglia numero 10 di Maradona appesa lassù in alto.

Poi, mentre ti stai ancora chiedendo perché non quella di Del Piero o di Rolando Bianchi, ti arriva il secondo indizio. “Buonasera ragazzi, vi posso aiutare?”.

A parte l’inconsueta cortesia, l’espressione non vi suona famigliare, non sembra di essere nel centro storico di Torino, a due passi dal Quadrilatero (via delle Orfane 28), tra palazzi d’epoca e locali che sfornano cocktail come se piovesse.

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Rimani un attimo interdetto davanti ad una vetrinetta piccola, ma stracolma di prelibatezze d’ogni genere: al piano inferiore panini, baguette farcite, calzoni dall’aspetto invitante; sopra, le specialità della casa, bomboloni, cornetti e quelle che imparerai a chiamare “code di aragosta”.

Il ragazzone dietro il banco risponde a tutte le tue domande in fatto di guarnizioni e farciture (50 quelle dolci, quasi 30 le salate) sfoggiando un verace accento napoletano e un viso, un’espressione che ti sembra di conoscere.

Mentre aspetti che un altrettanto verace campano ti prepari il cornetto con la crema chantilly e le fragole (o ripieno di Nutella, Duplo, Kit Kat o mille altri gusti) e ti giri alla tua sinistra scorgi la parete piena di cornici.

Appese al muro rosa shocking ci sono immagini di scena, locandine di film anni ’90 e foto autografate.

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Al centro campeggia un bambino dall’aria familiare con un ciak cinematografico che recita “Io speriamo che me la cavo”, tutt’intorno si vede quello stesso viso paffutello in compagnia di Paolo Villaggio, Diego Abatantuono, Massimo Boldi e tanti altri attori storici del cinema italiano. Solo allora colleghi, solo allora capisci chi è il titolare del “Cornetti Night”, chi ti sta servendo il bombolone grondante crema pasticcera.

D. Mario Bianco, 29 anni, alias Nicola nel celeberrimo film di Lina Wertmüller. Che ci fai a Torino?

M. Ci vivo. Sono arrivato a Torino nel 2007 per seguire mio padre che si occupava di ristorazione. Ho vissuto per un periodo a Torrazza Piemonte, poi ho aperto una rosticceria a Chivasso e adesso eccomi qui. Ho girato tutto il Nord Italia e poi mi sono fermato a Torino perché mi è subito piaciuta la città

D. Tu sei un napoletano doc, che differenze hai notato con la tua terra?

M. Caspita, qui si vive bene, qui non si muore (citazione dal film “Benvenuti al Sud” relativa al cartello sulla celebre frase che Murat pronunciò al suo arrivo a Castellabate). Io vengo da Quagliano, periferia nord di Napoli, un paese di 30.000 abitanti, tristemente noto per i rifiuti tossici sotterrati abusivamente, l’immondizia e gli omicidi di camorra. Non un posto piacevole, ma lì ho cominciato a lavorare nei take away. Avevo una focacceria.

D. Come ti è venuta l’idea di aprire una cornetteria notturna? (il locale è aperto dal lunedì al giovedì dalle 20 alle 3, il venerdì e il sabato dalle 20 alle 6 e la domenica dalle 20 alle 3)

M. Qui non esiste una cosa del genere, siamo gli unici a Torino. A Napoli invece si porta (si usa, ndr) prendere il cornetto il sabato sera quando si fa tardi. Ci sono un sacco di posti che li fanno e io e mio fratello Valerio ci andavamo quasi tutti i giorni! Una sera eravamo qui a Torino e avevamo voglia di un cornetto, abbiamo girato un po’ in macchina e non abbiamo trovato neanche un posto. Così abbiamo deciso di aprirne uno noi.

Torino Io speriamo che me la cavo...a fare i cornetti
I fratelli Bianco, a sinistra Valerio e a destra Mario

D. Fermi tutti. Lui è tuo fratello?

M. Sì, lavora qui con me e anche lui ha recitato in qualche film

D. Ecco, i film. Se qui la sostanza sono i cornetti o le baguette, la forma invece è rappresentata da quelle foto appese, dal cinema.

M. Le ha volute fortemente nostro padre perché è orgoglioso di me e di mio fratello. Pensa che strana la vita. Io che sono il primogenito ho recitato in “Io speriamo che me la cavo”, adattamento cinematografico del primo libro di Marcello D’Orta, mentre lui che è il fratello più giovane (Valerio ha 25 anni) ha partecipato a “Dio ci ha creato gratis”, il secondo libro di D’Orta.

D. Come siete arrivati al cinema?

M. Sfatiamo un mito, me lo chiedono sempre e io ogni volta do una risposta diversa. La realtà è che avevo una lontana parente, una zia, che era amica di Lina Wertmüller e lavorava per lei come sarta. Un giorno, mente chiacchieravano, Lina le disse che stava cercando un bambino per un film, ma non aveva ancora trovato quello con le giuste caratteristiche. Mia zia le raccontò di questo nipote “bello e simpatico” (ride) e le propose di farmi fare un provino. “Ne hai visti tanti, che ti costa?”. Il giorno dopo andai con mio padre in questa grande casa in via Salvator Rosa a Napoli e c’erano tantissimi bambini seduti intorno ad un tavolo lunghissimo, intenti a leggere e ripetere alcune battute da dei fogli battuti a macchina . Era il ’92, avevo 8 anni e mi diedero un’audiocassetta da imparare. Passai tutta la notte a memorizzarne il contenuto emio padre mi diede consigli, mi insegnò i giusti tempi e mi fece calare nel personaggio. Il provino andò bene, ma mi misero a studiare recitazione per i tre mesi successivi, da lunedì a domenica, mattina, pomeriggio e sera!

V. Anche per me fu lo stesso, capitai per caso al provino di “Dio ci ha creato gratis”, con Leo Gullotta e Nino Manfredi, e fui scelto. Come mio fratello, che fu selezionato tra oltre 1.000 bambini. Poi feci anche una miniserie in due puntate chiamata “Inviati speciali” e qualche scena in “Cucciolo”, con Massimo Boldi.

D. E tu Mario quanti film hai fatto da allora?

M. Ne feci 5 o 6, tra cui “Mille bolle blu”, “Camerieri”, “Io no spik Inglish”, “Cucciolo” e “Tifosi”. Per quest’ultimo mi telefonò Neri Parenti: “Mario, devi venire a fare una piccola parte” “Mo’ vengo, sono già lì!” risposi. Come quando mi chiamò Vanzina: “Pronto Mario, sono Enrico” “Enrico chi?” gli chiesi, non è che tutti i giorni mi chiama Enrico Vanzina.

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Mario (il primo a sinistra) ai tempi di “Io speriamo che me la cavo” con Paolo Villaggio

D. Perché avete smesso?

M. Vidi un documentario sulla vita del bambino che impersonava Pinocchio in un film. I genitori volevano a tutti i costi che il figlio rimanesse nel mondo del cinema e quindi lui non ha più continuato la scuola. Però in seguito non ha mai avuto parti importanti e alla fine si è ritrovato a fare lo spazzino. Per l’amor del cielo, è un lavoro rispettabile (e a tempo indeterminato, ci metterei la firma pure ora!), ma a 18 anni volevo qualcosa di più dalla mia vita. Volevo diventare cuoco, così mi iscrissi all’istituto alberghiero e, vista la mia stazza, è stato ‘nu guaio!

V. Molti desiderano entrare in questo mondo, hanno il sogno nel cassetto di far parte del mondo dello spettacolo. Io non lo cercavo all’epoca, ma è capitato e ovviamente l’ho fatto. Mi è piaciuto molto e sinceramente se ci fosse la possibilità di fare qualcosa nel cinema o nel teatro non me la lascerei scappare.

D. Quindi se ti richiamano adesso per un film?

M. Vado…ieri! Mi farebbe enormemente piacere.

D. Avete ancora qualche contatto nel settore?

M. Ho sentito poco tempo fa Massimo Boldi perché era qui a Torino a girare un film. Ci siamo salutati, si è ricordato di me. Poi ogni tanto vado ospite nel programma di Mara Venier e le dico sempre: “Mara, perché non mi fai fare l’Isola dei Famosi? Ma ti rendi conto? Io dimagrisco di 50 kg, fallo per la mia salute!” (ride)

Torino Io speriamo che me la cavo...a fare i cornetti

D. Perchè il nome Cornetti Night?

M. Perché oltre ad avere una varietà unica di farciture dolci e salate, il lunedì sera organizziamo delle gare aperte a tutti. L’ultima che abbiamo fatto è “Man vs Cornetto”: 2 sfidanti, 5 cornetti a testa, vince il primo che li finisce tutti, senza però sporcarsi. Oppure c’è quella del “Cornetto impossibile”, ripieno degli ingredienti più improbabili, dai peperoni alla senape, dalle acciughe alla crema chantilly, all’origano e la panna.

Chi riesce a finirlo entro il tempo limite vince. Guardate sul nostro canale Youtube che fine hanno fatto gli ultimi che ci hanno provato…

Marco Parella

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