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Toro: quante cose ti mancano ancora

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Atalanta Torino 2- 0 1/9/2013
Atalanta Torino 2- 0 1/9/2013

E’ come se in una sera scoprissi che ti mancano tante cose, alcune te le aspettavi, altre meno, ma c’è poco tempo per metterle in ordine e quando ce l’avevi, forse, l’hai usato male.

Il Toro, dopo la sconfitta di Bergamo, sembra proprio questo, come se il successo contro il Sassuolo, ridimensionato dal clamoroso ko interno dei neroverdi contro il Livorno, avesse nascosto la polvere sotto il tappeto e nulla più.

Al Toro manca un attacco incisivo: con Immobile lontanissimo dalla porta e Larrondo vicino, ma impreciso, l’incisività scarseggia.

Problema sollevato dai più dopo le prime uscite estive, ma evidentissimo ieri sera: gli attaccanti si imbottigliano e quando hanno l’occasione d’oro (Larrondo a inizio ripresa) la “bucano” clamorosamente, come se ci si potesse permettere di scialacquare, come se ne arrivassero a fiumi.

Giampiero Ventura allenatore Torino

Manca un’idea di gioco chiara: se il 4-2-4 aveva i suoi limiti, ma era facilmente gustabile nelle manovre e nell’organizzazione, questo 3-5-2 sembra un cantiere aperto, dove in pochi sembrano sapere davvero cosa fare (El Kaddouri non sa dove mettersi), dove chi l’anno scorso eccelleva, stavolta va in difficoltà (Glik) o si raccapezza come può, cercando di far qualcosa di buono, anche in condizioni non ottimali (Darmian).

La manovra diventa farraginosa, lo sforzo dello spettatore è quasi fisico nello spingere i giocatori in avanti, le occasioni, quando arrivano, sono abbastanza casuali.

Manca qualità a centrocampo, dove il regista è un utopia, il retropassaggio una realtà, l’inserimento un’incognita, la distanza dalle punte un dramma.

Manca la cattiveria agonistica, quella che ti permette di alzare il ritmo quando è ora di sferrare il colpo del ko oppure di attuare un po’ di forcing quando c’è da recuperare un gol: dopo la rete di Stendardo, a parte la traversa di El Kaddouri, la reazione è stata pari a zero, il Toro giocava come nulla fosse, con stucchevoli passaggi in orizzontale, giocatori raddoppiati senza che qualcuno smarcato si proponesse, neanche una pallaccia in mezzo per dimostrare che, almeno, un po’ di disperazione, un po’ di sangue nelle vene c’è.

Atalanta Torino 2- 0 1/9/2013

Manca tanta fortuna, perché nonostante i difetti crudamente evidenziati, il Toro, ieri sera, meritava la vittoria: il contropiede di El Kaddouri, il miracolo di Consigli su D’Ambrosio, le due traverse, il gol mangiato da Larrondo. Poi, all’improvviso, qualcosa che, al contrario, non manca mai: l’errore arbitrale, con Bergonzi che rinverdisce i fasti dell’ultimo derby e ignora, sulla rete di Stendardo, Yepes che fa blocco su Padelli, in netto fuorigioco.

Abbastanza estemporaneo anche il raddoppio di Lucchini, sempre su corner, ma almeno lì non ci sono ombre. Quelle ombre arbitrali che hanno accompagnato i granata in tutta la stagione scorsa, che sarebbe bello cancellare, ma che, per l’ennesima volta, sono risultate decisive tanto quanto un gol mangiato.

Manca la fascia nera al braccio per onorare Joe, volato via a metà settimana, onorato in tutti gli stadi italiani, in grado di dare una scossa granata a una tifoseria troppo sfilacciata in questi anni e che, appresa la notizia, ha risentito per un attimo forte quel senso di appartenenza, anche se, ancora una volta, nel dolore.

Stefano Colantuono allenatore Atalanta
Stefano Colantuono allenatore Atalanta

Manca, a questa tifoseria, una soddisfazione, anche piccola. Avrebbe potuto essere andare alla sosta a punteggio pieno, perché in un campionato in cui le “grandi” scavano un solco sempre maggiore, e quasi imbarazzante, con le piccole, il Toro avrebbe potuto essere “primo degli umani”.Ma, ormai, nemmeno queste piccole gioie parziali arrivano più e siamo nell’ennesimo “cul de sac”, dove ottimisti e pessimisti si fronteggiano, dove l’appiattimento verso il basso è realtà che le alte sfere giudicano sacrilego non accettare, dove un altro pezzo di Toro, a furia di nozze coi fichi secchi, si perde per la strada.

La mia severità nel giudicare la squadra deriva proprio da quello, dal tutelare “chi ci crede”, perché poi chi soffre più di tutti della situazione non è chi ha la maglia addosso, ma chi ha la sciarpa al collo, non chi firma un contratto, ma chi, in quest’estate, ma soprattutto oggi, avrà l’F5 incollato al dito, chi è costretto a tenere ancora una volta bassa la testa, mentre dovrebbe, non dico volare, ma camminare eretto sì.

Francesco Bugnone

 

 

 

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