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Skunk Anansie a Torino. Il popolo degli anni ’90 alla riscossa

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Di un fatto si può stare certi: gli Skunk Anansie non fanno musica per ragazzini. E non è questo un discorso snobistico, sia chiaro: è una questione di suoni, di colori, di palco. E di età. Deborah Dyer, in arte Skin, di anni ne ha quarantasei, il bassista Cass ne ha cinquantatre.  I quattro (insieme al chitarrista Ace e al batterista Mark Richardson) suonano insieme dal 1994, si sono lasciati, artisticamente, nel 2001 e sono ritornati a comporre (buona) musica nel 2009. Insomma, anni, ere geologiche, musicalmente parlando.

E la conferma di questo stacco generazionale si è avuta ieri, sul bel palco di Grugliasco, fuori dal centro commerciale Le Gru: fra i due-tremila appassionati che hanno potuto godersi l’esibizione degli Skunk (e dei giovani Blastema come opening act) i ventenni li trovavi davvero col lanternino.

Gli Skunk Anansie sono una band profondamente figlia dell’epoca in cui è nata, la Gran Bretagna anni ’90, che viveva dell’eterna lotta fra il brit pop dei Blur e il brit rock targato Oasis. Loro produssero una terza via, quella del post punk, venato di numerosi altri generi (dal funky alla dance, e i riff di basso di Cass ancora oggi sono lì a testimoniarlo). E quella terza via la portano in giro orgogliosamente ancora oggi: i pezzi dei dischi post reunion, su tutti “My Ugly Boy”, potrebbero stare benissimo in uno dei tre dischi pre scioglimento.

Ne è venuto fuori, ieri a Grugliasco, uno show splendidamente fuori moda. Quattro quaranta-cinquantenni a godersi il palco, Skin un pò giù di voce (ma Skin giù di voce vale almeno il 70% delle cantanti in giro nello show biz), uno spettacolo che ha cavalcato abilmente le ere. Geologiche, come si diceva prima.

E un sacco di trenta-trentacinquenni sotto il palco a ballare. Quelli che li avevano visti al Barrumba (il Barrumba, che ricordi lo storico locale di via San Massimo), al Palastampa, in qualche festival di quelli tutto birra e sudore. E che ora magari sono lì a godersi lo spettacolo con bimbi al seguito (ce n’erano, eccome).

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La scaletta è stata, come era logico intendersi, un viaggio attraverso vecchi e nuovi pezzi. La band, lo ripetiamo all’ossessione, non perde quella sua impronta da club, e quindi li puoi mettere su qualsiasi palco e loro saranno essenziali, nella formazione (il tipico quartetto rock bassochitarravocebatteria) e nello spettacolo extra musicale: buone luci, ma zero schermi, zero led, zero diavolerie. Solo rock. Pregevole il trittico “My Ugly Boy-Weak – Hedonism”, dedicato a vecchi e nuovi fans. E  Skin, sebbene come detto un pò giù di voce (“Secretly” non perdona), se la è goduta di brutto (piace il termine anni ’90?), non facendosi mancare nemmeno un paio di stage diving (tuffi fra il pubblico) e un pezzo, l’ultimo in scaletta “Little baby swastika” cantato fra il pubblico, fatto sedere per terra per l’occasione. Avete capito bene. Dea Skin ce l’ha fatta, e nessuno che la sfiorasse con un dito.

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Menzione speciale per un progetto che gli Skunk vogliono portare in giro, come annunciato sul loro sito ma anche in una recente intervista a “Repubblica”: un workshop, a tema musicale ovviamente, con studenti selezionati da istituti della città. Non si sa dove e quando, ma pare si farà: su le antenne dunque

Menzione speciale, infine, anche per il sistema Gru Village: un festival che unisce le note all’atmosfera lounge cara a chi magari si vuole godere una bella serata di musica al fresco. Palco capiente, area concerto pure, ma dietro un paio di aree con posti a sedere, da cui il palco si vede comunque molto bene. Magari sorseggiando una birra, come piace a “noi” trentenni.

Redazione di Mole24

 

 

 

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