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Vieni in città… che stai a fare in campagna?

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Sei artisti.

Sei artisti per farci capire quanto è bella e affascinante la città.

Sei artisti che ci strappano letteralmente dalle nostre belle tenute in mezzo al verde, con tanto di orticello con pomodori e zucchine e tante simpatiche bestie che ci girano intorno.

Sei artisti che ci invitano a “farci cittadini” e ci spiegano, attraverso il loro lavoro, quanto la città possa offrire un’enormità di letture differenti e quanto essa possa essere dinamica e coinvolgente ma anche, al tempo stesso, straniante.

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Mario Daniele, Nei musei #1, 2010, stampa Fine Art Giclée, carta cotone Hahnemuhle, 40 x 60 cm, edizione di 7 esemplari

Tutto questo è “Vieni… vieni in città (che stai a fare in campagna?)”, mostra collettiva a cura di Maria Cristina Strati, inaugurata giovedì 20 giugno presso lo spazio in via della Rocca della galleria Riccardo Costantini Contemporary.

La frase che dà i natali al titolo è tratta da una canzone di Gaber, milanese, gli artisti esposti sono Mario DanieleGiampiero FanuliPierpaolo MagginiPiero MollicaPatrick Van Roy e Silvio Zangarini.

Nelle ricerche poste in essere dai sei fotografi, pur tenendo conto delle differenze anche marcate dovute alle diverse sensibilità ed esperienze degli stessi, che si palesano nelle scelte stilistiche e nei differenti approcci ai soggetti, l’elemento comune è l’essere umano ed il suo rapporto con la dimensione e l’architettura urbana.

I sei artisti sembrano volerci far ragionare e porre questioni sul ruolo dell’uomo (del cittadino) e sulla posizione che quest’ultimo viene a ricoprire in un contesto urbano dinamico ai limiti della frenesia e, talvolta, alienante. E, di conseguenza, sembrano volerci portare, entrando in una dimensione filosofica e sociologica, a riflettere su un grande tema della contemporaneità, che è quello della metropoli postmoderna, e delle implicazioni che da esso scaturiscono. E forse la fotografia è la tecnica migliore e più diretta per raggiungere lo scopo.

Tornando all’essere umano, quest’ultimo, come nota nel catalogo della mostra la curatrice Maria Cristina Strati, nelle opere esposte “…è percepito spesso piuttosto come un’assenza, a volte quasi metafisica; oppure resta non identificato, confuso con una massa anonima, che annulla l’individuo e lascia prevalere il silenzio e la mancanza di dialogo interpersonale”. Tuttavia, prosegue la curatrice, “proprio questa assenza allude […] alla sua presenza. Già solo perché tutto, nei luoghi ritratti, è frutto del lavoro dell’essere umano, prodotto della sua azione e creatività”.

 

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Piero Mollica, Fen Church, 2013, Digital print Lambda, Diasec System, 100 x 70 cm, edizione 3 esemplari + 1 AP

Dunque, l’uomo “creatore” del paesaggio urbano viene da esso totalmente assorbito a tal punto da diventarne parte integrante, esattamente come lo può essere una finestra o un binario. In questa direzione mi sembra si sviluppi la ricerca di Piero Mollica, torinese: nelle sue fotografie l’uomo diventa mera componente dell’elegante e composta struttura ritmica data dall’alternarsi degli elementi architettonici ed urbanistici.

Pierpaolo Maggini utilizza l’acrilico per ridipingere e “fare propria” l’immagine fotografica: in questo caso l’essere umano è inserito in un contesto di massa e di folla.

Le fotografie di Mario Daniele ci mostrano le sale museali viste attraverso gli occhi degli spettatori, dei turisti, che in questo caso hanno un ruolo attivo, che è quello di rendere “vivo” lo spazio architettonico attraverso gesti semplici come osservare un’opera o fermarsi e sedersi per godersi una meritata pausa.

Giampiero Fanuli, Perugia Italy, 2013, Digital print su carta liford montata fra plexiglass, 58 x 60 cm, edizione 5 esemplari

Gli scatti di Giampiero Fanuli mi fanno lo stesso effetto dei quadri di Hopper (un richiamo al pittore americano è accennato anche dalla curatrice nel catalogo della mostra): possiedono quel fascino dell’attimo, dell’istante di vita colto e congelato per sempre attraverso la macchina fotografica. Fascino che aumenta grazie alla tecnica utilizzata, che regala agli scatti quella patina, mi si passi il termine abusato, “vintage” che ho sempre apprezzato molto.

Linee fluide e barocche per i polittici fotografici del giovane torinese Silvio Zangarini, attraverso i quali ricostruisce piazze ed interni di palazzi.

Per concludere gli scatti del belga Patrick Van Roy, incredibilmente affascinanti, che colgono l’essere umano in situazioni di attesa all’interno degli spazi dei cosiddetti non-luoghi (stazioni della metro, strade…). È un uomo, in questo caso, totalmente solo e alienato in un contesto urbano vuoto, freddo e forse ostile. Un volto oscuro, ma sicuramente attraente, del tessuto urbano.

Insomma, un viaggio virtuale attraverso diversi modi di vedere e rappresentare la città e le sue dinamiche, attraverso visioni che, parlando della città, parlano anche di noi. Scrive la Strati: “sentirsi cittadini ha dunque anche questo senso poetico: trovare noi stessi”.

Emanuele Bussolino

 

 

 

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