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Giacinta Villa. On the humanity of abstract art

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Talvolta può capitare che un artista di sicuro valore possa essere pressoché sconosciuto ai più e, soprattutto, che il suo nome possa dire poco o niente anche ai suoi stessi concittadini.

Si tratta, sovente, di artisti che decidono di non seguire le mode del momento e di proseguire nelle proprie ricerche, sviluppando così un discorso che perseguono per l’intero arco della propria vita.

Giacinta Villa. On the humanity of abstract art

La mostra antologica “Giacinta Villa. On the humanity of abstract art”, a cura di Loris Dadam, inaugurata venerdì 12 luglio e ospitata presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, ha quindi lo scopo di far conoscere al pubblico torinese e di dare luce all’attività decennale dell’artista torinese Giacinta Villa, ponendosi come omaggio e riflessione sulla sua opera.

Torio Giacinta Villa. On the humanity of abstract art
Giacinta Villa nasce a Torino nel 1943 da una famiglia operaia torinese. Negli anni tra 1963 e 1965 si divide tra pittura e poesia. Le sue prime prove (disegni e olii su tela) percorrono ancora la strada del reale e del figurativo, in particolare attraverso la rappresentazione di paesaggi urbani. Già nel passaggio relativo alla metà del decennio, tuttavia, l’artista si muove in direzione di una pura astrazione, alla quale approda nella seconda metà degli anni Sessanta.

In questo senso i paesaggi urbani e gli elementi naturali emergono attraverso l’accostamento e la compenetrazione dei colori. L’interesse si sposta dalla rappresentazione reale del soggetto alla rappresentazione del suo concetto.

Nel contributo in catalogo (gratuito!) della mostra Angelo Mistrangelo riporta una citazione della pittrice: “…non mi interessa dipingere l’albero, ma il concetto dell’albero. E poi, ancora, semplicemente il concetto…”.

Lo stesso Mistrangelo distingue il complesso e sfaccettato percorso creativo di Giacinta Villa in cinque singolari e distinte fasi: la “geometrizzazione favolistica del reale” (1965-1974), l’“impegno politico e il movimento delle donne” (1975-1985), l’“autonomia della luce-colore” (1986-1991), la “svolta materica” (1992-1993) ed i “colori del territorio” (1994-2003).

La natura, elemento basilare nella ricerca della Villa, è rappresentata attraverso la scelta dell’astrazione, all’interno della quale l’artista opta, a seconda dei periodi, per un razionalismo geometrico e controllato o, al contrario, per una pennellata più espressionista e gestuale.

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Tra metà anni Settanta e metà anni Ottanta l’attività artistica corre in parallelo all’impegno politico, che la Villa profonde a favore delle battaglie per i diritti civili ed all’interno del Partito Comunista. È un periodo davvero intenso per la pittrice torinese, che si sposa e diventa madre nel 1981. Gira l’Europa e scopre la baia di St. Tropez e la luce della Provenza.

Nella produzione pittorica si palesa un parziale recupero dei riferimenti al reale, che verranno nettamente superati, a cavallo tra Ottanta e Novanta, grazie al definitivo approdo ad un’astrazione basata sui puri rapporti tra luce e colori ( si veda la serie di acquerelli, che in questo periodo divengono la tecnica privilegiata dall’artista, prodotta tra la seconda metà degli anni Ottanta ed il 1991, nei cui titoli si incontrano sempre più spesso le parole “Composizione”, “Studio” e “Ricerca spaziale”).

A questa fase segue una svolta materica: la superficie piatta diventa un limite da superare. È in questa direzione che l’artista si dedica negli anni Novanta alla scultura. Il materiale utilizzato è il legno. La Villa produce delle grandi sculture in legno naturale o policromo da ammirare per le meravigliose composizioni, che si osservano anche nei paraventi e nei colorati e scherzosi accessori da indossare (collane, orecchini).

Tra il 1994 ed il 2003, anno della sua morte, Giacinta Villa si dedica alla produzione di una serie di opere di grandi dimensioni dislocate sul territorio, la maggior parte delle quali sarà realizzata. Nel 1997 produce un’opera per l’Arsenale della Pace del Sermig, nel 1999 grandi lavori per il Poliambulatorio di Volpiano e le 12 vetrate che rappresentano la Creazione per la Cupola della Cappella della Casa della Misericordia di via Assietta angolo via Gioberti a Torino.

Si ricordano, infine, gli studi per la colorazione della facciata della Fondazione Amendola di Torino e l’ultima grande opera, la creazione della Vetrata dello Spirito Santo per la Cupola del Presbiterio della Cappella dello Spirito Santo della Clinica della Memoria per malati di Alzheimer a Collegno, che verrà installata dopo la sua morte.

Emanuele Bussolino

 

 

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