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Fenestrelle non è Auschwitz

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200 euro. Ecco quanto hanno pagato a testa alcuni nostalgici del Regno Borbonico per una gita “commemorativa” al Forte di Fenestrelle nel weekend appena passato.L’escursione promossa dai “Comitati Due Sicilie” prevedeva il trasferimento in pullman andata e ritorno da Caserta con pernottamento per venerdì e sabato e arrivo a casa nel pomeriggio di domenica.

Tutto questo per “ricordare con un gesto d’amore i nostri martiri dimenticati”.

Nulla da dire, un viaggio ben organizzato e a costi tutto sommato contenuti, senonchè la ragione principale di questo tour non ha nessun fondamento storico.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Il forte di Fenestrelle è un complesso di fortificazioni composto da 3 forti veri e propri (Tre Denti, delle Valli e San Carlo) e 7 ridotte, collegate da un ininterrotto sistema di spalti, bastioni e scale coperte che  si sviluppa su una superficie di 1.350.000 mq e un dislivello di oltre 650. Costruito nel XVIII secolo dall’ingegnere Ignazio Bertola su ordine del Re di Sardegna, aveva il duplice scopo di proteggere i confini piemontesi da eventuali avanzate dell’esercito francese e di prigione.

Nel corso dei secoli le sue mura ospitarono tre categorie principali di detenuti: in primis i prigionieri politici, laici o religiosi (come l’Arcivescovo torinese Luigi Fransoni) che si opponevano a Napoleone prima e ai monarchi italiani poi; i detenuti comuni che avevano commesso reati maggiori nelle zone limitrofe, provenienti soprattutto dall’allora malfamato quartiere dei Murazzi. Infine, Fenestrelle fungeva anche e soprattutto da carcere militare e vi furono rinchiusi i soldati che avevano commesso gravi infrazioni al regolamento o militanti in quegli eserciti che si erano opposti al Regno di Sardegna prima e al Regno d’Italia in seguito.

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Da qui nasce il falso storico: per decenni si è creduto e, come dimostra l’iniziativa appena descritta, si crede ancora che il forte di Fenestrelle sia stato l’antesignano di Auschwitz, un luogo nel quale i soldati borbonici catturati nei giorni dell’indipendenza nazionale venivano seviziati, costretti a vivere nelle peggiori condizioni e lasciati morire di stenti.

La leggenda vuole che, in quelle celle di pietra a cui i secondini avevano volontariamente rimosso le finestre per “rieducare i prigionieri con il freddo”,  fossero transitati quasi 40.000 soldati del Sud e che ben 8.000 non fecero più ritorno a casa, il cadavere sciolto nella calce viva.

Nel 2008 è stata persino inaugurata una lapide che recita testualmente: “Tra il 1860 e il 1861 vennero segregati nella fortezza di Fenestrelle migliaia di soldati dell’esercito delle Due Sicilie, che si erano rifiutati di rinnegare il re e l’antica patria. Pochi tornarono a casa, i più morirono di stenti. I pochi che sanno si inchinano“.

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Vista la ridda di siti, associazioni e comitati Pro vittime di Fenestrelle, alcuni storici hanno iniziato a chiedersi se queste terribili cifre e questa maligna fama del forte piemontese fossero in effetti suffragate da qualche dato concreto e, negli ultimi anni, sono fiorite le ricerche e le pubblicazioni che smentiscono categoricamente quanto sopra descritto.

Dice Alessandro Barbero nel 2012 su lastampa.it: “Che il governo e l’esercito italiano, fra 1860 e 1861, avessero deliberatamente sterminato migliaia di italiani in Lager allestiti in Piemonte, nel totale silenzio dell’opinione pubblica, della stampa di opposizione e della Chiesa, mi pareva inconcepibile. Ma come facevo a esserne sicuro fino in fondo? Avevo davvero la certezza che Fenestrelle non fosse stato un campo di sterminio, e Cavour un precursore di Himmler e Pol Pot?”

La risposta la trovò nei ricchissimi archivi di Stato di Torino e dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma dove, senza possibilità di errore, si possono ritrovare i fatti e gli avvenimenti di quegli anni: nel 1861 giunsero a Fenestrelle un totale di 1.186 prigionieri borbonici. La maggior parte di loro vi soggiornò per non più di tre settimane, i 70 rimasti vennero ospedalizzati e curati.

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I documenti ufficiali e la corrispondenza dell’epoca riportano anche di come la guarnigione del forte si preoccupasse, nel limite del possibile, del comfort dei prigionieri, trattati in tutto e per tutto più come commilitorni sabaudi che come ospiti sgraditi.

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Una delle “celle”

Il dato più impressionate è relativo al numero totale dei prigionieri di guerra borbonici e papalini che morirono al forte San Carlo di Fenestrelle tra il 1860 e il 1865, dopo il crollo del Regno delle Due Sicilie e la proclamazione del Regno d’Italia: 40, probabilmente meno e in ogni caso ben lontani dalle “migliaia” onorate di una lapide. Lo affermano gli storici Bossuto e Costanzo, anche loro a caccia di bufale ai danni di Fenestrelle e anche loro stupiti da come certe falsità che si trovano in rete si diffondano con la presunzione di dati inconfutabili.

La ragione principale per cui non vi furono eccidi di massa in quei luoghi è presto detta: una circolare ministeriale del 20 novembre 1861 chiarisce lo scopo della cattura dei soldati borbonici e cioè quello di “ricevere, disarmati, una lezione di moralità militare, dopo la quale venire inviati ai Reggimenti del nuovo Stato italiano”. Una brevissima permanenza, dunque, in vista di un prossimo arruolamento, obiettivo del tutto “incompatibile con qualsiasi soluzione finale nei loro confronti”.

Dispiace che per colpa di un telefono senza fili malignamente pilotato si crei un circolo vizioso di campanilismo e razzismo del tutto evitabile. Da entrambe le parti.

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Marco Parella

 



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