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Bauscia vs Bogia nen

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Ci separano 140 chilometri.

“E son fin pochi”, puntualizza il torinese medio: dalla moda agli aperitivi, dalle banche alle sfide calcistiche.

Sarà per il carattere dei rispettivi abitanti, o per la laboriosità che accomuna le due capitali del Nord Italia, una storico-politica e l’altra economica. O forse più prosaicamente per i mezzi di trasporto: da una parte il Suv, dall’altra la Panda con il plaid sulla cappelliera. Tra TORINO e Milano non corre buon sangue. Proprio per niente.

E dire che noi di favori gliene avevamo fatti: già solo portarci la Sindone in casa da Chambery, affinché il loro vescovo Borromeo non ci lasciasse le piume mentre tentava di raggiungerla in pellegrinaggio, a piedi.

 

Torino Milano Martini Rossi

Poi dovrebbero spiegarci perché loro sono “la Milano da bere”. Il vino è più buono il nostro, e il Martini lo abbiamo inventato noi. Valli a capire.

Negli anni ’30 era Torino il fulcro della moda: poi un lento decadimento, mentre a Milano via Montenapoleone diventava la vetrina dei più raffinati atelier e degli stilisti più trendy.

Loro ci chiamano “quelli della città grigia, post-industriale, fredda”. Noi siamo più sintetici: “baùscia”, e non ci serve tanto altro.

Nel recente passato, come scordare il “tradimento” di San Paolo.

No, l’apostolo Saulo di Tarso c’entra poco: il Sanpaolo (si può scrivere anche attaccato, pare) era un’istituzione, la forza bancaria di Torino. Tutti i torinesi ne dicevano peste e corna ma – da veri torinesi – tutti ci mettevano i risparmi dentro.

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E solo i torinesi – ci dicevamo – potevano criticarlo: del resto, aveva sede sotto le Alpi, con qualche ufficetto giusto a Roma e Bologna – ma Milano, quella no! Così, quando la milanesissima Banca Intesa si fuse con il “nostro” Sanpaolo (correva l’anno 2007) e la sede fu trasferita all’ombra del Pirellone, in molti pensarono: “Almeno la chiameranno Sanpaolo-Intesa, guarda come suona bene, almeno nel nome ci lasceranno venir per primi”.

E invece no, la chiamarono “Intesa-Sanpaolo” (affronto!), e pazienza se così sembrava un trattato della Grande Guerra.

A proposito di grattacieli: il più alto d’Italia ce l’hanno loro, appunto il Pirellone.

Ma noi stiamo provvedendo, il grattacielo della Regione dovrebbe superarlo di una settantina di metri toccando quota 201. Non ditelo in giro, se no quelli là iniziano già da adesso a copiarci.

 

Parliamo di calcio? La rivalità Juventus-Inter è a metà tra l’epopea e la cancrena: inizia negli anni ’60, con una protesta plateale dei meneghini che mandano a Torino la seconda squadra (finisce 9-1, Sivori imperversa ma a restare nella storia – oltre allo score finale – sarà la prima marcatura di Sandrino Mazzola); diventa un autentico ginepraio con la faccendaccia di Calciopoli nel 2006 e con i mille ricorsi e controricorsi successivi delle due società, con grande assente il buonsenso da entrambe le parti. Oppure il Toro, che con il Milan non ha esattamente un buon feeling (una per tutte: Inzaghi che esulta come un pazzo sul 6-1 per i rossoneri a San Siro.

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Se lo colpisce appena la metà delle maledizioni che i tifosi granata gli mandarono, è meglio che stipuli più di una polizza assicurativa).

Sempre nello sport, i turisti e giornalisti internazionali si stupivano di vedere l’aeroporto di Milano Malpensa assolutamente spoglio di decorazioni durante le Olimpiadi del 2006 – forse in Lombardia erano invidiosetti… adesso la menano tanto con questa Expo 2015, ma vogliamo proprio vedere se vale quanto la fiamma olimpica in corso Sebastopoli.

fiamma olimpica Torino

Eppure, qui e là, torinesi e milanesi hanno collaborato, tirando fuori gli uni il meglio del carattere degli altri. Ed altre volte ancora si son scambiati carinerie. Non ci credete? Fatevi due passi in piazza Castello: la statua all’Alfiere dell’Esercito Sardo che trovate al termine di via Garibaldi è un dono dei milanesi, datato 1857, come ringraziamento per lo sforzo che il Piemonte stava facendo per dare corpo al risorgimento italiano.

Forse è da qui che dobbiamo iniziare, specie nell’anno del 150° anniversario del nostro Paese: i nostri nonni magari si saranno guardati un po’ in cagnesco, a uno avrà fatto senso la bagna cauda e l’altro avrà trovato insulso il riso allo zafferano. Ma si sono rimboccati le maniche per tirare su un’Italia unita. E possibilmente, senza sciocchi campanilismi.

 

Umberto Mangiardi



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