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A Torino il primo caso di Crowdfunding museale

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Venerdì 7 giugno, alle ore 12, è stato presentato a Palazzo Madama Museo Civico d’Arte Antica un nuovo e importante acquisto: un servizio da tè,caffè e cioccolata in porcellana Meissen (maggiori info qui: http://www.palazzomadamatorino.it/pagina3.php?id_pagina=686), databile al 1730-40, integro, composto da 43 pezzi su ciascuno dei quali sono raffigurate le armi di Pietro Roberto Taparelli, conte di Lagnasco.

È stato l’atto finale di una vera e propria sfida accolta e portata a termine dal museo torinese e dalla sua direttrice, Enrica Pagella. Si è trattato, infatti, del primo caso italiano di crowdfunding museale.

Di questo termine, per la verità altisonante e se vogliamo anche un po’ astruso, se ne sente parlare, in una società sempre più globalizzata e smart, in tutte le salse! Ma che mai vorrà significare questo ennesimo inglesismo del quale gli italici più “sul pezzo” ultimamente non possono proprio fare a meno?

Il neologismo è composto da due vocaboli: crowd, folla, e funding, finanziamento… Quindi, finanziamento dalla folla. Quindi, per semplificare, la nostra cara raccolta fondi o, per utilizzare un termine forse in disuso ma che rende bene l’idea, la “colletta”.

Detto ciò, tutta la magia di un così bel parolone va sicuramente scemando…

Attenzione però: qui si parla della cara vecchia colletta all’italica maniera rivisitata in salsa “società 2.0”. Ovvero, di una raccolta fondi rigorosamente online che può essere portata a termine con successo soprattutto grazie alle infinite ed allettanti possibilità offerte dal web 2.0.

Addentrarsi nell’argomento “crowdfunding e derivati” sarebbe davvero troppo lungo e pretenzioso per questo articolo: farò dunque riferimento al singolo caso di Palazzo Madama per tentare di rendere l’idea delle enormi potenzialità, in particolar modo per l’ambito culturale, che possono offrire queste nuove e alternative forme di finanziamento.

Partiamo dal prezzo che il collezionista proprietario del servizio chiedeva al museo: circa 80 mila euro (cifra di questi tempi da non sottovalutare).

Proseguiamo, poi, con la difficoltà dell’operazione: si chiedeva ai cittadini (torinesi e non solo), in questo periodo di crisi economica, di effettuare una donazione. Sì, ma una donazione per un pezzo di elevato valore artistico e, soprattutto, storico: insomma, con l’obiettivo di riportare a casa, a Torino, un pezzo di storia della città (il servizio nell’Ottocento faceva parte della collezione d’Azeglio ed era successivamente stato immesso sul mercato ad inizio Novecento).

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Di fronte a queste complessità, l’attuazione di una buona strategia di promozione e comunicazione dell’iniziativa, in particolare su alcuni dei principali social network (Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram e Youtube) ha permesso di raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero di coinvolgere i cittadini e di renderli parte attiva nella buona riuscita della stessa. Il legante: l’amore per la propria città, per la sua storia e per le sue istituzioni.

A seconda della fascia di contribuzione, inoltre, al donatore venivano assegnati dei premi, dal ringraziamento sul sito, al biglietto di ingresso gratuito, all’invio di una pubblicazione del museo.

Lo score è stato raggiunto e superato coinvolgendo più di 1500 donatori, per un incasso totale di circa 95 mila euro.

In questo periodo, nel quale lo Stato ha grandissime difficoltà a contribuire economicamente all’attività dei musei, per questi ultimi cercare fonti di finanziamento alternative è diventata non tanto una possibilità, quanto una necessità per la sopravvivenza. Perché, quindi, non cogliere queste nuove opportunità  offerte dal web, ragionando in parallelo su una riforma radicale dell’istituzione museo? Ragionando sul visitatore non come utente passivo al quale, in caso di necessità, chiedere anche un contributo in denaro, ma come parte attiva nella vita e nelle scelte del museo, rendendo quindi quest’ultimo dinamico e partecipativo.


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Nell’attesa, buon crowdfunding a tutti!

Emanuele Bussolino

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