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Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita

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La cena di classe segna l’inizio dell’estate più di ogni altra cosa.

Non si può dire che l’anno scolastico sia finito se non si è fatta la tradizionale cena.

Passando in questi giorni  per il centro di Torino si capisce benissimo che è arrivata l’estate. Da cosa?

Forse dalle prime pezze sotto le ascelle dei manager in camicia che passeggiano in pausa pranzo o magari dall’aumento esponenziale di moto, motorini e biciclette che, dopo il lunghissimo inverno, i proprietari non vedevano l’ora di tirare fuori dal garage.

No, si capisce che è estate perchè piazza Castello e dintorni sono invasi, a qualsiasi ora del giorno, ma soprattutto della sera, da branchi oceanici di giovani in perfetta divisa da…giovani. Gruppetti più o meno corposi di teenager scorrazzano liberi tra i portici di via Po, le panchine davanti a Palazzo Reale e i negozi alla moda di via Roma. “Hanno aperto le gabbie” si diceva una volta. “Hanno chiuso la scuola” si potrebbe invece rispondere.

Questa è la causa dell’improvviso affollamento, nonché abbassamento vertiginoso dell’età media, del centro cittadino. La fine dell’anno scolastico regala un’insperata libertà a migliaia di bambini/ragazzini/adolescenti che per 9 mesi si sentivano liberi solo dopo l’una e non vedevano l’ora di uscire per strada a vedere cosa succede nel mondo reale prima che inizino i Simpson.

È di ieri l’ormai tradizionale “gavettonata” tra studenti di ogni ordine e categoria alle fontane di piazza Castello.

Si festeggia l’inizio delle vacanze estive e, tranne i martiri impegnati con gli esami (San Bigliettino da Botta di Culo prega per loro), la partecipazione cresce di anno in anno. Ai miei tempi non esisteva quest’usanza mutuata probabilmente dai pari età americani e l’unica cosa a cui si pensava dopo aver ascoltato l’ultima, maledetta campanella era a partire con i nonni per il mare.

Probabilmente la causa di questa totale mancanza di iniziativa festaiola negli anni ’90 è dovuta all’assenza di internet. Oggi giorno è facilissimo organizzare un evento su Facebook e condividerlo con tutta la classe, poi la scuola, poi gli istituti vicini e infine mezzo Piemonte; non fai tempo a dire “andiamoamarciarcicomedeivietcongpersinellaforestadurantelastagionedeimonsoni” che subito ti ritrovi a tirare secchiate contro la maglietta bianca della biondina di terza C.

Se avessimo organizzato ai nostri tempi con il vecchio metodo del “giro di telefonate” probabilmente ci saremmo ritrovati in tre maschi brufolosi e con le camicie a quadri da boscaiolo canadese a spruzzarci con l’acqua di un toret, guardati male dagli anziani appollaiati sulle panchine.

Gli ultimi giorni di scuola, che sia media inferiore o superiore (escludo volutamente elementari e università per motivazioni socio-anagrafiche opposte, ma simili per i risultati), portano in dote un altro grande e imprescindibile momento della vita di ogni studente: la cena di classe.

Non quel surrogato terrificante che si organizza dieci, venti, trent’anni dopo la maturità senza che nessuno degli invitati capisca realmente perchè è seduto di fianco a quello che dieci, venti o trent’anni prima gli ha pisciato nell’astuccio. Qui stiamo parlando della cena originale,  quella che aspetti dal primo giorno di scuola, quella in cui, prima o poi, qualcosa di clamoroso succede, quella che ti cambia la vita.

Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita
Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita

 

Organizzare una cena di classe non è mai semplice. Di solito ci si sveglia l’ultima settimana di lezioni quando i locali sono già tutti pieni. La cena di classe è un evento su cui i ristoratori sono divisi: ci sono quelli per cui piuttosto che ospitare 25 ragazzini urlanti preferiscono chiudere bottega e andarsene alle Hawaii e poi ci sono quelli che aspettano metà giugno come fosse Natale.

Iniziano a guardare morbosamente tutti i telegiornali già dall’agosto precedente in attesa che il Ministro dell’Istruzione comunichi il calendario scolastico.

A inizio maggio hanno già fatto scorta di provviste per sei mesi, sia mai che a qualche classe venga in mente di anticipare, a giugno decuplicano i prezzi e propongono il classico menu fisso: pizza e coca cola. A 38€.

Nel frattempo i poco pratici studentelli ottengono la soffiata sul posto migliore in cui prenotare dai genitori o da un compagno ripetente particolarmente attivo nella vita mondana. Il capoclasse (o lo sfigato estratto a sorte) è incaricato della fatidica telefonata: “Pronto, pizzeria ‘da Mario Monti col cazzo che ti faccio sconti’? è possibile prenotare un tavolo per il 12 sera? Si? Siamo in 28″ A seconda di quale delle due categorie di osti ha incontrato si sentirà chiudere la telefonata oppure accogliere con ponti d’oro e promessa di tiramisù omaggio.

A quel punto e solo a quel punto si porrà l’annoso problema del “i prof li invitiamo o no?”.

Per definizione alla cena di fine anno almeno un insegnate ci deve essere. Non avere una rappresentanza del corpo docenti suonerebbe scortese, quasi carbonaro e, soprattutto, precluderebbe qualsiasi speranza di promozione l’anno successivo!

La difficoltà nella scelta risiede però nelle mille fazioni contrapposte del “io quella di mate non la voglio, sta stronza”, “se viene quello di inglese dobbiamo dirlo anche alla supplente di spagnolo sennò poi si offende”, “o invitiamo tutti o nessuno”. Nella maggior parte dei casi prevale la ragion di stato e l’invito viene esteso a tutti i prof.

Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita
Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita

 

Certo, ad alcuni verrà poi indirettamente suggerito che è meglio che restino a casa pena veder sgozzato il criceto di casa, ad altri verranno spacciate finte dichiarazioni di colleghi della materia “rivale” tese ad alimentare zizzania e a scongiurarne un’eventuale partecipazione. In definitiva, all’appuntamento si presenteranno quasi sempre gli insegnanti più simpatici e benvoluti, con l’immancabile aggiunta del prof impiccione che vuol fare il gggiovane.

Poco male, l’intruso verrà relegato in fondo al tavolo insieme ai secchioni a bere Fanta e tagliar loro la pizza wurstel e patatine.

Parlando di istruzione secondaria, l’aspetto socialmente più rilevante della cena di classe è l’estetica. I ragazzi dovranno essere impeccabili per scatenare i pettegolezzi delle compagne, darsi arie da macho con i compagni (“oh zio, ho pompato talmente i pettorali in palestra che ho dovuto chiedere in prestito la camicia a mio fratello grande”) e provare l’assalto finale alle sottane di Claudia, la moretta del secondo banco che se la tira peggio dell’arco di Robin Hood.

Per le ragazze invece è una questione di vita o di morte. Per tutto l’anno sono state obbligate da madri poco comprensive o presidi bigotte a vestirsi come la signorina Rottermeier o comunque su standard ben lontani dai loro idoli Belen, Melissa Satta o Hello Kitty. Per questo motivo, i fortunati passanti che capiteranno proprio quella sera nei pressi del locale prescelto dalla quarta D si chiederanno se li ha investiti il tram senza che se ne accorgessero e ora sono in Paradiso: minigonne talmente corte da sembrare sciarpe, zeppe da pornostar navigata, labbra botulinate e scollature che nemmeno Sara Tommasi sotto acidi oserebbe portare. Un figodromo in piena regola che rischia di creare ingorghi e crisi coniugali anticipate, ma tappa fondamentale nella vita di qualsiasi adolescente.

Alla cena di fine anno ci si sente liberi, sia che ci abbiano accompagnato in macchina i genitori (nel caso delle medie per esempio), sia che siamo arrivati in sella al nuovo motorino regalatoci per la promozione.

Quella cena vuol dire libertà, vuol dire sentirsi grandi per una manciata d’ore e, soprattutto, vuol dire alcool.

Non per forza in quantità tali da tirarsi neri, ma quantomeno una birretta non ce la potrà negare nemmeno il prof più incattivito della storia. A casa probabilmente non l’avremmo fatto, qui, in questa terra di nessuno in cui papà e mamma non ci sono (e non vedono) e gli insegnanti sono fuori dalla loro giurisdizione di educatori, qui, da Gigi lo zozzone o nel ristorante di Bastianich, sembrerà sempre di essere più grandi, più adulti.

Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita

Fino a quando non si iniziano a tirare le molliche di pane. C’è sempre il burlone che, in attesa della pizza, non trova nulla di più intelligente da fare che scavare la pagnotta, appallottolare la mollica ed incominciare la propria battaglia con il tavolo di fianco.

Sarà l’inizio di un regredimento cerebrale dell’intera classe (certe volte dell’intera sezione) che terminerà più o meno quando inizieranno a volare i cucchiaini e il cameriere si presenterà con un taser in mano.

L’utilità di tali avvenimenti si riduce fondamentalmente a due cose: cercare di farsi promettere dal primo della classe che a settembre ti farà copiare i compiti delle vacanze che tu non avrai fatto e cercare di farsi…qualcuno/a. La parte più interessante di questi platonici accoppiamenti, tentati da gente con ormoni grandi come marmotte della Milka (parlo dei rappresentanti del sesso maschile ovviamente, dato che a quell’età le ragazze sono molto più interessate allo smalto fucsia che non a limonare con un decerebrato 15enne), è quell’istinto represso e nascosto nei confronti di una professoressa in particolare, l’unica che non assomiglia ad un cetaceo spiaggiato, probabilmente.

Diciamocelo, ognuno di noi ha fantasticato su una prof nel suo percorso educativo, ma solo pochissimi temerari ci sono riusciti.

Da questo punto di vista la serie televisiva Dawson’s Creek ha illuso milioni di adolescenti in tutto il mondo. Pacey che intavola una sordida relazione con la sua prof ha scatenato i peggiori tentativi di emulazione della storia dei peggiori tentativi di baccaglio del mondo.

Cena di classe: la scuola è ufficilamente finita

 

Un grande classico del genere è accendersi una sigaretta per impressionare la più esperta tutrice pur non avendo aspirato nemmeno lo stecco di liquirizia del Liuk. Figuraccia patetica assicurata.

Normalmente la serata degenera in passeggiata con annessi schiamazzi notturni. A giugno le vendite di tappi per le orecchie dei residenti in centro a Torino decuplica e non c’è verso di arrestare il processo canoro di improvvisati Marco Mengoni su di giri.

La festa finisce, nel caso dei più piccoli, quando arrivano i genitori a prendere i figli. Da scatenati hippie con tendenze teppistiche, i pargoli tornano ad essere i piccoli lord che mami e papi conoscono. Eccezion fatta per la macchia di sprite sui pantaloni.

Per i liceali, invece, la festa inizia quando i prof educatamente salutano e lasciano campo libero agli alunni per la seconda tappa, la discoteca. Le cronache riportano anche casi isolati di insegnanti invitati al dopo cena, ma gli esiti rimangono avvolti dalla nebbia del mito.

Per tutti gli altri, infine, le coppie a passeggio, gli anziani che portano il cane a fare i bisogni, i ristoratori stessi, la festa finisce quando, vedendo le cene di fine anno in tutto il centro città, ci si accorge che i più begli anni della propria gioventù non torneranno indietro.

Marco Parella

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