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Vasco torna sul palco e trionfa all’Olimpico

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“Io sono ancora qua”. E parte un’ovazione sentita, forte, di quelle che tagli col coltello. Sono i suoi fans, o come li chiama lui il suo popolo. Sono quelli della Combriccola, sono i Soliti.

Sono i quarantamila di ieri, gli altrettanti di stasera, e poi di venerdì e sabato prossimo: sono quelli che si sono accampati fuori dallo stadio rendendo, complice la pioggia incessante, il Parco Olimpico una specie di Woodstock de noantri. Sono quelli che ascoltavano Liberi Liberi da ragazzini e che tornano adesso con figli in arrivo o già arrivati, e ovviamente bardati con fascetta d’ordinanza.

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L’attesa prima dello show

Sono i fans di Vasco, tornato ieri sulle scene all’Olimpico di Torino: intere generazioni, che lo hanno aspettato anche stavolta. Anche quando tutto sembrava essere perduto. Anche quando quegli appelli alla riservatezza, diffusi lo scorso settembre dal suo ufficio stampa, facevano temere il peggio. E il peggio, ormai è risaputo, è stato davvero sfiorato: un batterio killer, un’infezione polmonare, il coma, la lunga riabilitazione. E adesso il ritorno.

Sarà ancora capace di fare concerti? In che condizioni si presenterà sul palco? Reggerà un show di oltre due ore? Domande legittime, che anche chi scrive si è posto più di una volta. Domande che hanno avuto soddisfazione alle 21.10, con quei dieci minuti di ritardo classici, quando si è aperto un botolone sotto il palco, e la musica italiana ha ritrovato Vasco. Il suo re? Non si sa, queste sono considerazioni da fans. Di certo uno che a sessantun anni ha messo insieme, per stare alla cronaca, sette sold out a Torino e Bologna. Provateci voi.

Raccontare il concerto è semplice e complicato al contempo, e per lo stesso motivo: la festa che Vasco mette in scena è sempre uguale a sè stessa. Ed è così che deve essere. Un mix di brani nuovi (dopotutto, giova ricordarlo, il tour riprende quello bruscamente interrotto due anni fa, che portava dal vivo i brani del disco “Vivere o Niente”) e chicche per intenditori, attacco rock quasi in medley (“L’uomo più semplice” sembra scritta apposta per iniziarci un live), qualche lento per tirare il fiato, interludio con spazio alla band a metà scaletta, e poi spazio ai grandi classici, alcuni dei quali riscoperti per l’occasione. E chiusura, manco a dirlo, con Albachiara.

Il palco, pienamente illuminato
Il palco, pienamente illuminato

 

Restando al tecnico, da rilevare una band come sempre a livelli eccellenti, su tutti Matt Laug alla batteria e il solito Stef Burns alla chitarra in forma strepitosa. Ma parlare solo di loro non renderebbe giustizia agli altri, che compongono ormai da anni la squadra live del Blasco. E come dice lui, “Squadra che vince non si cambia”. Da rilevare un palco più asciutto del solito: grande, enorme, si, con triangoli concentrici, si, ma niente animazioni, niente megaschermi dietro i musicisti: solo (si fa per dire) due grandi screen ai lati, funzionali più a permettere una buona visione a tutti che a spettacolarizzare la serata. E da rilevare una scaletta che riscopre, in arrangiamento praticamente originale, perle come “Canzone” o “Non l’hai mica capito”. E ritrova, anch’essa in arrangiamento “old”, la immarcescibile “C’è chi dice no”.

Ma i dati tecnici sono questioni da giornalisti, perchè ieri la serata ha semplicemente danzato per due ore sul filo della commozione: ogni frase che in qualche modo fosse legabile a quanto accaduto scatenava applausi, così come il simpatico duetto con il Gallo (il bassista Claudio Golinelli, che pochi anni fa è guarito da un tumore) su “Siamo Solo Noi”. Il dato di fatto è che Vasco sta bene, è tornato, e ha una gran voglia di continuare a ballare. Perchè quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a ballare. Lo ha detto lui.

Bentornato a casa.

Andrea Besenzoni

 

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