Home Storia Antonio Sismondi: il caso al Parlamento Subalpino

Antonio Sismondi: il caso al Parlamento Subalpino

3854
SHARE
impiccato resuscitato Carlo Bon Compagni Farini Torino
impiccato resuscitato Carlo Bon Compagni Farini Torino

Il 12 marzo 1853, a Torino un impiccato è resuscitato: Antonio Sismondi, al momento di essere sepolto presso il cimitero di San Pietro in Vincoli, ha dato segni di vita ed è morto alle dieci del mattino dello stesso giorno.  ( http://www.mole24.it/2013/05/16/limpiccato-resuscitato-torino/ )

Un impiccato resuscitato non è cosa da tutti i giorni. Se ne parla da tutte le parti e uno dei primi che si occupa di Antonio Sismondi è un deputato che, nel pomeriggio del 12 marzo, prende la parola al Parlamento Subalpino.

È il deputato della Savoia Carlo De Viry, magistrato di Nizza Marittima, il quale dichiara di preferire la ghigliottina come metodo per le esecuzioni, da non effettuare in pubblico.

De Viry auspica poi che la pena di morte sia limitata al solo caso di assassinio premeditato e propone al Parlamento un ordine del giorno dove invita il governo a procedere alle riforme da lui indicate.

Antonio Sismondi: il caso al Parlamento Subalpino
Antonio Sismondi: il caso al Parlamento Subalpino

 

Carlo Bon Compagni, ministro di grazia e giustizia, risponde a De Viry che il caso è doloroso, ma che la ghigliottina non gli piace per la visione del sangue. Bon Compagni concorda di limitare la pena di morte, spera di poterla presto abolire, ma non può pronunciarsi subito su una questione che investe tutto il codice penale.

Interviene un altro esponente della maggioranza, il medico emiliano Luigi Carlo Farini: la discussione limitata al cambiamento del metodo darà più risultati, lui è contrario alla ghigliottina ma il governo può far studiare il problema e presentare un progetto di legge. Farini personalmente è favorevole all’abolizione della pena di morte.

L’argomento chiama in causa gli esponenti della sinistra parlamentare.

Antonio Sismondi: il caso al Parlamento Subalpino

 

Lorenzo Valerio auspica l’abolizione della pena di morte. Il protagonista della seduta è però Angelo Brofferio: non concorda con De Viry, parla di ‘vita residua’ della testa tagliata, poi propone questo ordine del giorno: «Il Parlamento, invitando il ministero a presentare una legge che corregga le attuali disposizioni del codice penale intorno alla pena di morte, passa all’ordine del giorno».

Invano il fattivo De Viry vorrebbe provvedere alle cose più urgenti, cambiare il metodo e abolire la pubblicità.

Ormai scatenato, Brofferio sostiene che la pena di morte fa orrore perché toglie la vita, perché la società si sostituisce a Dio. Il suo ordine del giorno lascia il legislatore libero di spingere la riforma fin dove arriva il pensiero, visto che il Parlamento è stato mosso da considerazioni di legislazione, di filosofia, di religione: di religione, perché Brofferio non pensa che la pena di morte sia nei voti del Vangelo e della divinità.

Messo ai voti, l’ordine del giorno Brofferio è accolto all’unanimità. Risultati pratici: zero.

Nel 1857, dopo quattro anni, lo stesso Brofferio evidenzia che dal 1840 al 1844, in cinque anni di governo assoluto, ci sono state 39 condanne a morte, mentre nei cinque anni 1851-1855, con governo liberale, le esecuzioni capitali sono aumentate in modo esponenziale e sono state 113.

Ma questa è un’altra storia.

 

a cura di Milo Julini

 

Commenti

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here