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Giambattista Boetti: il profeta con la scimitarra

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La scimitarra di Giambattista Boetti
La scimitarra di Giambattista Boetti
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La storia che sta per essere raccontata appartiene ad uno dei sabaudi più straordinari mai vissuti, Giambattista Boetti.

Si chiamava Giambattista Boetti, un piemontese che volle farsi profeta.

Libertino, frate domenicano, medico, viaggiatore, diplomatico, spia, teologo, profeta, condottiero, guerrigliero: fu tutte queste cose, anche se le fonti sono confuse, romanzesche e misteriose.

Il 2 giugno 1743 in una casa benestante di Piazzano, nel Monferrato, un neonato strillava. Era nato Giambattista. Crebbe come un ragazzino indisciplinato.

Tra lui e il padre non correva buon sangue, anzi, e il genitore decise di spedirlo a calci nel sedere a studiare medicina a Torino. Ma il ragazzo non ebbe nessuna voglia a fare il bravo studente per compiacere il papà.

Partì per Milano, dove si arruolò in un reggimento asburgico con la mansione di scrivano.

Ma anche qua si mostra sin da subito insofferente alla nuova e ferrea disciplina austriaca. Si comprò il congedo e tanti saluti all’imperatore Francesco I. Il giovane Boetti, ora libero per davvero, viaggiò in Mitteleuropa, si presume a corteggiare ricche dame, a infrangere cuori  e a racimolare una discreta somma tra ruberie e prestiti d’amore. Tra una peregrinazione e l’altra ricevette la vocazione religiosa.

Ma forse si trattò solo di un brutto sogno…

Giambattista Boetti: il profeta con la scimitarra
Giambattista Boetti: il profeta con la scimitarra

Comunque Giambattista Boetti redento o presunto tale, entrò nell’ordine domenicano come frate. Mossul, in Iraq, fu il luogo della sua missione apostolica.

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Il Pascià locale gli assicurò protezione per lo svolgere della sua professione medica. Le cose però andarono male. Un giorno un paziente, un turco che gli era stato affidato, tirò le cuoia.

Le guardie del Pascià lo afferrarono, gli tolsero le calzature, e gli picchiarono la pianta dei piedi con cinquanta sonore nerbate e lo condannarono all’esilio. Solo numerose suppliche al governo di Istanbul gli permisero di ritornare alla missione di Mossul e ai nuovi guai: i confratelli lo denunciarono per condotta immorale.

Boetti dovette tornare in Italia, richiamato dalle ire dei superiori.

In Italia ci rimase poco e fece ritorno in Oriente, ad Urfa, antica città dell’Anatolia, al servizio del Pascià del luogo, diventandone segretario, consigliere e tesoriere e pure vescovo della comunità locale dei cristiani giacobiti.

Ma il suo Pascià fu presto deposto ed è costretto a rifugiarsi ad Istanbul, base per futuri viaggi in Medio Oriente. Forse si cacciò in guai seri, serissimi, quando travestito da armeno, fu beccato in flagrante a rubare i piani per le fortificazioni di Damasco.

“E’ una maledetta spia dei Russi!”

Lo accusarono con la scimitarra puntata alla gola. In questo momento in cui l’avventuriero se la vide brutta, ci fu l’intervento niente popò di meno che di Sua Altezza Reale Vittorio Amedeo III che permise la salvezza a quel suo suddito, la cui salute stava evidentemente a cuore ai potenti di Torino. E qua si dovrebbero fare le prime congetture sulle attività spionistiche del frate del Monferrato.

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Servizi segreti sabaudi? Polizia segreta zarista? Non ci è dato saperlo.

In Europa ottenne il perdono dell’ordine domenicano e si ritirò nel convento di Trino Vercellese da dove scappò per Berlino e da lì, instancabile viaggiatore, verso est, prima Polonia poi Russia, poi giù a sud, per migliaia di chilometri divorati come alla ricerca di qualche ossessione, in Persia, in Georgia, in Crimea.

 

Giambattista Boetti: il profeta con la scimitarra
Giambattista Boetti: il profeta con la scimitarra

 

1784, Istanbul. Giambattista comprò armi. Moschetti, pistole, polvere da sparo. Gli ambasciatori e funzionari di mezzo mondo s’interessarono a lui. Si domandavano cosa diamine stesse architettando quell’eccentrico frate piemontese.

Kurdistan Iracheno, i giorni della rivelazione mistica. Si chiuse in casa, per tre mesi. Per novanta giorni meditò, studiò, covò nuove predicazioni. Quando uscì di casa, in quel piccolo villaggio curdo, annunciò il suo verbo. Era nata una nuova religione, un sincretismo tra islam e cristianesimo, un mix di Bibbia e Corano, un ibrido tra croce e mezzaluna.

“Non costituiscono peccato la fornicazione e il suicidio.”

“I codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati delle loro ricchezze e mandati a lavorare nei campi.”

Sono due esempi dei dogmi di Giambattista Boetti, frate di Piazzano, che cominciò a farsi chiamare il profeta Mansur, il vittorioso.

Infiammò i cuori, sollevò uomini. Tanti discepoli gli si strinsero intorno; un esercito gli giurò fedeltà eterna.

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Tatari, Circassi, Georgiani, Ceceni, disertori russi ingrossarono le sue schiere guerriere e fanatiche.

Guerra Santa! Jihad! Gazavat!

Erano 40.000 esaltati, e in quegli anni di fine settecento il Caucaso tremò e bruciò sotto le lame affilate di scimitarre. Il protettorato russo della Georgia, monarchia burattina in mano a Caterina II la Grande, zarina di tutte le Russie per volere di Dio e delle baionette, capitolò sotto la furia di Boetti Al Mansur.

Poi si dedicò con fervore alla guerra totale; il profeta piemontese contro tutti, contro le secolari potenze titaniche dell’impero Ottomano e di quello russo. Sciabolate al Sultano, cariche contro la zarina. Nemici troppo grandi, impossibile da battere senza alleati. Perse battaglie, il suo esercitò si decimò. Si chiuse con i resti dei suoi reggimenti di monaci in armi tra le selvagge e barbare montagne del Caucaso, come un lupo, come un guerrigliero indomito.

Ma le catene russe ebbero la meglio. Fatto prigioniero, fu chiuso in un monastero-fortezza lassù, al Circolo Polare Artico, a marcire al gelo.

Esistono figli del Piemonte, nostra terra meravigliosa, che sono leggenda.

 

Federico Mosso

 



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