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Lo schianto dell’aereo di Herr Quandt, figliastro del nazista Goebbels

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Harald Quandt figliastro del nazista Goebbels
Harald Quandt figliastro del nazista Goebbels

Notte fonda di fine estate del 1967.

Un aereo da turismo con sei persone a bordo sorvolava le alture del Piemonte sud-occidentale. Il velivolo oltrepassò il villaggio di Sanfront a 15 chilometri da Saluzzo.

Il guasto fu improvviso e fatale. Il rumore regolare nel cielo dell’aeroplano che seguiva la rotta verso Antibes in Costa Azzurra, diventò un singhiozzo di motore malato, un borbottio di sussulti meccanici.

L’aereo perse quota. Giù, in picchiata mortale, senza possibilità di salvezza. Un pioppo amputò un’ala. La fusoliera si avvolse nelle fiamme.

Non era più un aereo, ma una proiettile incendiario lanciato verso il terreno con una scia rosso-arancione, come una cometa.

Alla Borgata Comba Gambasca, dalle quattro case con i tetti in lose, la signora Brondino era sveglia. Fece un salto quando uno schianto terrificante riecheggiò nella valle come un rumore di bomba. Gridò quando vide la montagna illuminarsi di vampe rosse. Il marito accorse anche lui a vedere quello spettacolo.

I coniugi Brondino, umili rozzi montanari, terrorizzati da una visione infernale, si fecero il segno della croce e si barricarono nella baita, invocando la protezione di Dio alla furia dell’apocalisse.

 

Borgata Comba Gambasca

No, non era di certo l’apocalisse quella notte tra i monti del cuneese.

Era l’aereo di Herr Harald Quandt, miliardario tedesco, che si era schiantato al suolo, tra le rocce di un ruscello di montagna. Squillarono alle prime luci dell’alba i telefoni dei carabinieri, dei vigili di paese, dei pompieri, dei prefetti, dei questori, dei giornalisti.

Tutti buttati giù dal letto. Dopotutto Herr Harald Quandt non era un miliardario tedesco qualunque.

Suo padre, Günther Quandt: grande industriale nei rami elettrico, siderurgico, minerario, militare. Nazista dal 1933, anno della salita al potere di Adolf Hitler.

La guerra lo avvantaggiò; all’industria tedesca non mancavano difatti schiere di schiavi.

Giudicato come “mitläufer”, ovvero una delle tante pecore che seguirono la folla, che abbracciarono il nazionalsocialismo non per fede ma perché partito vincitore, e per trarne beneficio personale.

Sua madre, Magda Behrend Rietschel, prima Quandt, poi Goebbels: giovane, bionda, attraente First Lady del Terzo Reich. Sposò in prime nozze il potente industriale; poi incontrò il dottor Joseph Goebbels con cui si unì in matrimonio il 19 dicembre 1931.

Il testimone di nozze era Adolf Hitler. Si suicidò nel bunker della Cancelleria del Reich il primo maggio 1945 insieme al marito, dopo aver avvelenato i sei bambini della coppia con il cianuro.

Suo patrigno, Joseph Goebbels: potentissimo ministro della propaganda del Reich, gerarca intoccabile, fanatico fedelissimo del Führer, uccise con un colpo alla nuca la moglie Magda, per poi ammazzarsi a sua volta.

Lui, Harald Quandt: rampollo del gotha industriale della Germania, partì volontario come tenente della Fallschirmjager, i parà tedeschi, i “diavoli verdi”.

Combatté nelle battaglie di Polonia, Grecia, Francia, Russia. Fu catturato sul fronte italiano nel 1944 e da lì internato nel campo di prigionia di Bengasi, in Libia.

Dopo la guerra e la morte del padre in Egitto, lui e il fratello diventarono tra gli uomini più ricchi e potenti della Germania dell’Ovest.

 

la famiglia Goebbels Harald Quandt
la famiglia Goebbels Harald Quandt

 

Facevano parte del club “dei 18 miliardari”, l’elite dell’elite economica tedesca.

In mano Harald teneva una galassia di 200 aziende, il 10% del giro d’affari della Germania Federale, il 30% della BMW, il 10% della Mercedes e un patrimonio personale di due miliardi di marchi ovvero 300 miliardi di allora, ovvero 2.783.000.000 di euro di oggi, suppergiù. Finanza, industria, potere.

A lui fu indirizzata l’ultima lettera della madre Magda, prima del sacrificio estremo di sé e dei suoi bambini, il sinistro Götterdämmerung, il crepuscolo degli Dei dell’impero uncinato.

“Mio figlio adorato! Siamo nel Führerbunker già da sei giorni – papà, i tuoi sei fratellini e sorelline ed io – nell’intento di dare alle nostre vite nazionalsocialiste l’unica possibile onorevole conclusione… sappi che sono rimasta qui contro la volontà di papà, e che anche domenica scorsa il Führer voleva aiutarmi ad andarmene. Tu conosci tua madre – abbiamo lo stesso sangue – non ho avuto alcuna esitazione. Il nostro glorioso ideale è andato in rovina e con esso tutto ciò che di bello e meraviglioso ho conosciuto nella mia vita. Il mondo che verrà dopo il Führer e il nazionalsocialismo non è più degno di essere vissuto e quindi porterò i bambini con me, perché sono troppo buoni per la vita che li attenderebbe, e un Dio misericordioso mi capirà quando darò loro la salvezza… I bambini sono meravigliosi… mai una parola per lamentarsi o una lacrima. Le bombe scuotono il bunker. I bambini più grandi proteggono quelli più piccoli, la loro presenza è una benedizione e riescono a far sorridere il Führer di tanto in tanto. Possa Dio aiutarmi a trovare la forza di superare la prova finale e più difficile. Ci resta un solo obiettivo: la lealtà verso il Führer anche nella morte. Harald, mio caro figlio – voglio trasmetterti quello che ho imparato nella vita: sii leale! Leale verso te stesso, leale verso le persone e leale verso il tuo paese… Sii orgoglioso di noi e cerca di tenerci tra i ricordi più cari…”

Uno schianto d’aeroplano, e quei monti di Cuneo conobbero quella notte del 1967 un lampo di grande e tragica storia d’Europa.

a cura di Federico Mosso

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