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Non solo Marò: in India è imprigionata anche una torinese

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Si chiama Elisabetta Boncompagni, è di Torino e non è un Marò.

Ma con i due militari italiani condivide un destino: è imprigionata in India, dove è condannata per ergastolo, insieme all’amico ligure Tomaso Bruno. I due ragazzi italiani sono rinchiusi da tre anni nel carcere di Varanasi, con l’accusa di avere ucciso Francesco Montis, il loro compagno di viaggio.

La storia ha dell’incredibile: nel febbraio del 2010 Tomaso ed Elisabetta Boncompagni, 38 anni, di Torino, sono in vacanza in India in compagnia dell’amico Francesco Montis, che accusa un malore il 4 febbraio, a seguito del quale muore per problemi respiratori.

Da qui l’accusa: Elisabetta e Tomaso avrebbero ucciso Francesco per motivi passionali.

Il tribunale indiano è celere e i due finiscono in carcere nel giro di due giorni: secondo l’accusa l’autopsia mostrerebbe come sul corpo del giovane ci siano dei lividi, segno, secondo gli inquirenti di una colluttazione.

Nel dettaglio, l’autopsia parla di morte per asfissia da strangolamento e sei ferite da arma contundente.

I tre hanno consumato un grammo d’eroina e dell’hashish la sera precedente alla morte del ragazzo. Ma del triangolo amoroso supposto e negato dai due da sempre, non c’è prova, nè testimone.

Poco conta: per Elisabetta e Tomaso inizia un calvario in corso ancora oggi, aggravato dalla sentenza di condanna per ergastolo, che recita: “Il movente che ha spinto i due accusati ad uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove. Tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita”.

Insomma, accusati e condannati da indizi, e da un’autopsia che poi si viene a scoprire essere stata portata a termine da un oculista. La situazione è drammatica, anche perchè per adesso di estradizione non se ne parla: anche il web ha reagito alla vicenda e su Facebook è nato un gruppo che chiede la liberazione dei giovani, che conta oltre 7 mila iscritti.

E si è formata anche un’associazione, dal nome “Alza la voce”, formata da amici e parenti dei ragazzi, che persegue di non far spegnere le luci sul caso.

Un caso di cui si parla pochissimo, infinitamente meno della questione diplomatica legata all’incidente dei due Marò italiani. Ma un caso, senza dubbio, di un livello di drammaticità altissimo.

La Redazione di Mole 24

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