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Il minuto più lungo

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Torino Foto Borsellino Falcone minuto silenzio Andreotti ( Foto Toro.it)
Torino Foto Borsellino Falcone minuto silenzio Andreotti ( Foto Toro.it)

Sette volte Presidente del Consiglio, due morti eccellenti sulla coscienza.

Questo ha pensato il popolo granata mercoledì sera quando ha deciso di sventolare i manifesti con le tristemente note facce di Falcone e Borsellino per manifestare il proprio dissenso verso la decisione del CONI.

Il supremo organismo sportivo italiano, nella persona del suo presidente Giovanni Malagò, ha voluto ricordare la figura di Giulio Andreotti con un minuto di silenzio inaspettato e percepito come un’imposizione dalle tifoserie di tutta Italia. Mai prima di due giorni fa era stato concesso un simile trattamento per un ex capo di governo: i canonici sessanta secondi di silenzio erano stati infatti richiesti alla morte di Pertini, Cossiga e Scalfaro, ma mai per un premier.

La risposta del pubblico è stata chiara e decisa e i fischi sono piovuti a Roma, Torino, Milano e in ogni altra partita di questo turno infrasettimanale.

La curva Primavera dell’Olimpico ha voluto andare oltre e ha apertamente accusato l’ex Divo di essere tra i responsabili (diretti o indiretti) della strage di Capaci e di quella di via D’Amelio del ’92.Torino foto Falcone e Borsellino minuto di silenzio Andreotti

I volti sorridenti dei due magistrati, impegnati in prima linea contro la criminalità organizzata e assurti al ruolo di eroi dopo la tragica morte, facevano da contraltare alla rabbia dei tifosi e della gente comune che fischiava il politico, e forse l’uomo, Andreotti con quanto fiato aveva in petto.

È significativo che un gesto dalla rilevanza politico-sociale così alta provenga da un ambiente, quello degli ultras e delle curve del calcio nostrano, spesso al centro di polemiche su legalità e rispetto (basti ricordare l’introduzione della Tessera del Tifoso per estromettere i violenti dagli stadi), ma assume ancora più importanza se inserito nel contesto di due anniversari cruciali nella storia del nostro Paese che cadevano ieri: l’assassinio di Peppino Impastato e il ritrovamento del corpo del Presidente della DC Aldo Moro.

Due omicidi molto diversi tra loro, ma uniti dal ricordo di un periodo buio e soprattutto dall’immagine di due persone che non si arrendono davanti ai soprusi.

Il parallelo con Andreotti funziona per entrambi: Moro fu rapito dalle Brigate Rosse il giorno in cui Andreotti era in procinito di presentare il suo nuovo governo,

Impastato fu vittima della mafia di Cinisi per aver osato diffondere un messaggio di legalità attraverso Radio Out.

Il 9 maggio 1978, a poche ore di distanza, Peppino Impastato fu prima ucciso e poi il suo corpo fu dilaniato da un ordigno del boss Tano Badalamenti, Aldo Moro venne ritrovato senza vita nel baule di una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani a Roma.

Due ferite inferte al Paese, due attacchi allo Stato rappresentato in entrambi i casi da Giulio Andreotti, macabri avvertimenti in un dialogo che il sette volte premier intavolò a più riprese con chi, di mestiere, ammazzava giudici.

 

Marco Parella (Foto di Nicolò Campo/Toro.it)

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