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Toro: anche a Milano lo stesso replay

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Milan 1 Toro 0 serie A tim 2012 - 2013
Milan 1 Toro 0 serie A tim 2012 - 2013
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Anche nella Milano rossonera, il Torino subisce l’ennesima sconfitta nel finale. Con onore, rischiando persino di vincere, ma è pur sempre l’ennesima sconfitta nel finale.

Le cifre sono impietose: quattro ko nelle ultime quattro partite con le grandi dove, escluso il derby, la differenza di classifica non si è vista, ma la testa alta non è servita a raggranellare neanche un misero punto. Se allarghiamo lo sguardo, la situazione peggiora ulteriormente: dal match di Cagliari sono arrivati una vittoria, due pareggi e sette sconfitte. Cinque miseri punti.

E ci si ritrova ad affrontare il Genoa in una sfida che, in caso di mancato successo, potrebbe catapultare il Toro troppo vicino a un abisso insidioso. E, a quel punto, non conterebbe nulla l’aver meritato più punti (cosa verissima), perché, come dice Clint Eastwood/William Munny, nella scena finale de “Gli Spietati”, “I meriti non c’entrano in queste storie”.

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Dei ko patiti, quello contro i rossoneri è stato il più casuale.

Ventura, abbandonato momentaneamente il 4-2-4, ha schierato un azzeccato 5-3-2 coperto con tre centrali difensivi, Brighi rientrante in mezzo al campo e la strana coppia Cerci-Barreto pronta a ripartire. Scelta logica e che, quasi subito, rischia di dare frutti: Darmian verticalizza in area per Cerci, che non riesce a tirare con efficacia da buona posizione. Il Milan non è in giornata e i granata fanno bene il loro lavoro: Gillet interviene poche volte (una, un po’ casuale, di schiena su Mexes), il già citato Brighi conferma quanto fosse mancato nell’ultimo mese, Cerci gioca un’ottima gara.

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L’occasione più grossa del tempo finisce sui piedi di Barreto, al termine di uno spunto di Basha, proseguito da Cerci, ma Abbiati si salva con un mezzo miracolo, anche se le colpe del brasiliano sono enormi. C’era una grossa porzione di porta libera, al di là della bravura dell’estremo rossonero.

 

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La ripresa vede il Milan molto più presente nella metà campo granata, ma fatica mostruosamente a pungere: Balotelli gira larghissimo dall’area, Boateng viene beccato dal pubblico, i cross di Abate non trovano risposte sufficientemente pungenti in area. Per ovviare alla situazione, entreranno Pazzini e, nei 20’ finali, Robinho e Niang. A metà ripresa, il Toro ha un altro matchpoint: Cerci vola a destra e centra per Barreto che, da pochi passi, preferisce ancora una volta esaltare Abbiati rispetto ai tifosi del Toro accorsi al Meazza.

Proprio prima che inizi il solito “quarto d’ora granata al contrario”, Brighi, stremato, lascia il posto a Santana e qualcosina cambia, perché, senza l’unico in grado di toccare la palla in modo realmente pulito, la mediana, con Basha e Vives, non riesce più a far ripartire la squadra in modo fluido.

 

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Il Toro, però, ha un’altra opportunità in contropiede, come Cerci che smarca Di Cesare, in generosa proiezione offensiva, e la palla che sfila a lato. Dopo qualche istante, l’ex vicentino deve lasciare il campo perché malconcio e qui la sfortuna si abbatte sugli uomini di Ventura. Il tecnico ospite è costretto a effettuare il cambio prima di un corner per il Milan: entra D’Ambrosio, insieme a Meggiorini per Barreto. Giocoforza serve il tempo necessario per riposizionare le marcature e, sugli sviluppi dell’angolo, i rossoneri segnano. Nocerino centra da sinistra, Mexes svetta proprio su D’Ambrosio e fa da torre per Balotelli, sin lì abulico, che brucia Ogbonna e mette nel sacco.

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Il sipario scende, dopo un paio di ripartenze non finalizzate dal Milan, una mischia rabbiosa con Meggiorini protagonista e poco altro.

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A 180’ dalla fine quattro punti sulla zona calda, e nella fattispecie sul Palermo, sono ancora tanti.

Ma bisogna accelerare, bisogna concretizzare, bisogna, se possibile, resettare mentalmente le buone prestazioni senza punti, senza cullarsi sul “se abbiamo giocato così con le squadre più forti, facendo lo stesso con le pari peso vinciamo di sicuro”. No, di sicuro non c’è niente e pensare in quel modo porterebbe a magre figure contro Genoa, Chievo e Catania. E, conseguentemente, a una retrocessione devastante, che, stavolta, avrebbe un finale differente da quelli, pur brutti, che già conosciamo: ucciderebbe il Toro, una volta per tutte. Più delle altre volte, più ancora del fallimento. Per questo i giocatori che scenderanno in campo fra tre giorni dovranno pensare soltanto a vincere, rabbiosamente, coraggiosamente, ma vincere. Senza pensare più al passato, ma solo per guadagnarsi uno straccio di futuro.

 

Francesco Bugnone



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