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Quando le carceri nuove erano all’avanguardia

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Carceri le Nuove Torino
Carceri le Nuove Torino

Il rumore di catene trascinate sul selciato si avvicinava al grande portone.

Sull’ampio corso una colonna di oltre 500 detenuti incatenati tra uomini, donne e ragazzacci era in cammino verso il loro nuovo alloggio.

Avevano lasciato le due vecchie galere di via San Domenico (di cui una dedicata ai lavori forzati), il carcere minorile di via Stampatori e l’istituto di pena femminile vicino alle Porte Palatine.

Era il 1870 e l’architetto Giuseppe Polani poteva dirsi soddisfatto.

Il Re Vittorio Emanuele II aveva espresso la volontà di modernizzare il sistema carcerario torinese, obsoleto e settecentesco.

Ci volevano celle, non più umide segrete dove ammassare ladri e assassini. La reclusione non doveva essere più un’università del crimine sabaudo; i birboni dovevano essere isolati gli uni dagli altri, così per controllarli meglio, per evitare ammassamenti di troppe menti pestifere, per evitare sommosse, epidemie, eccessiva sporcizia, per migliorare le condizioni di vita dei cattivi, per tentare una rieducazione in linea con le politiche degli stati progrediti.

Rivolta carceri le Nuove Torino

Il Ministero degli Interni promosse un concorso, l’architetto Polani lo vinse; dopo dodici anni di lavori sorsero su Corso Vittorio le Nuove di Torino, le carceri che 150 anni fa erano all’avanguardia.

Le sbarre si spalancarono per accogliere i nuovi ospiti.

Nel solido colosso di pietra, simile ad una fortezza coi muscoli di muri e torri di guardia, c’erano 648 celle, tutte singole.

Le misure della stanza degli ospiti involontari erano di 2,26 metri di larghezza, quattro per lunghezza e tre di altezza. Un simpatico appartamentino di nove metri quadri. La cameretta del birbante era illuminata da una luminosa finestra “a bocca di lupo”, posta a 2,10 metri di altezza e decorata con solide sbarre.

Erano grandi le Nuove di Torino. Si estendevano per quasi 38.000 metri quadri suddivisi in 13 bracci, 6 cortili per l’ora d’aria e anche due cappelle per le messe.

I detenuti che seguivano le funzioni si mettevano buoni e pii nelle celle studiate apposta sulle pareti circolari delle cappelle a pregare i santi per farli uscire in fretta e vivi dal gabbio.

La colonna dei detenuti in trasferimento entrò attraverso il grande portone sul corso.

Passò l’ultimo della colonna affiancato da un carabiniere con il pennacchio, lasciandosi alle spalle il sole. Il portone si chiuse.

 

Federico Mosso

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