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De Andre’ e la sua splendida sofferenza in scena al Colosseo

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Parlare di “Splendida sofferenza” è apparentemente, ma solo apparentemente, un ossimoro: di splendido, nella sofferenza, non c’è proprio nulla.

Quando però il male di vivere conclamato genera geni come fu Fabrizio De Andre’, allora si che la sofferenza diventa splendida, quantomeno per chi ascolta.

Cristiano De Andre’, erede musicale della famiglia, sembra (purtroppo per lui) ripercorrere le tracce del padre, nel bene ma anche, per sua stessa ammissione, nel male. Una vita scandita da numerosi momenti difficili, da una dipendenza conclamata dall’alcool (esattamente come il padre), da ricoveri e scenate al limite della follia.

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Ma anche da un talento, se non compositivo almeno musicale, pari a quello del genitore. Spingiamoci oltre: forse anche grazie ai suoi studi conservatoriali, Cristiano è un musicista superiore a Faber. Non scriverà forse mai i capolavori del padre, ma ha doti vocali e di polistrumentista che lo stesso De Andre’ Senior gli riconosceva: raccontando per esempio di come fosse capace di suonare anche due noci, oppure direttamente facendogli calcare il palco con lui nella memorabile tournèe teatrale di “Anime Salve”.

Sono passati anni, quasi decenni: Fabrizio se n’è andato nel 1999 (“Distrutto dal suo male di vivere”, racconta Cristiano) e il figlio è stato schiacciato dalla sua eredità.

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Salvo poi, un bel giorno di pochi anni fa, rialzarsi. E allora arriva la tournèe, fortunatissima, “De Andrè canta De Andrè”. Uno splendore, rivissuto anche poche settimane fa a Torino, al Teatro Colosseo. Una serata particolare, visto che in parte Cristiano è anche torinese, in quanto figlio della prima moglie di Fabrizio, la sabauda Enrica “Puny” Rignon. Ma nel concerto del 2013 c’è qualcosa di più: c’è la voglia di ricominciare a suonare un nuovo album, “Come in cielo così in guerra”, di proporre la propria musica. E di riflettere insieme al pubblico, attraverso le sue canzoni, sulla realtà che ci circonda.

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E’ un De Andre’ senza dubbio sofferente, quello che calca il palco torinese: fatica addirittura a parlare, tremano le mani. Diresti, sapendo del suo vizio, che è ubriaco. Ma un qualsiasi musicista sa che non è così. Sa che se suoni ubriaco, presto o tardi, si nota. E invece no: Cristiano sfodera quasi tre ore di concerto impeccabili. Canta e suona con le sbavature minime che musica difficile come la sua richiede, esegue tutto il suo ultimo album e poi, nella seconda parte della serata, ci accompagna per un’ora e mezza ad “Affrontare i suoi mostri” (ipse dixit). Ed è di nuovo Faber che rivive in lui: “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Creuza de Mà”, “Bocca di Rosa”, “Fiume Sand Creek”, “Il Pescatore”. Sono solo alcuni dei pezzi eseguiti, alcuni secondo l’arrangiamento originale, altri rivisitati come nel 2011, rivestendo canzoni vecchie ma attualissime con musiche che strizzano l’occhio – e non poco – alla Gran Bretagna di U2, Oasis e Muse. Un melange splendido. Un concerto splendido. E toccante.

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E quando a fine concerto gli vedi negli occhi la felicità di avercela di nuovo fatta, e di essere tornato, non puoi che essere felice anche tu.

Alla prossima, Cristiano.

La Redazione di Mole 24

 

 



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