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Brigate Rosse: raffiche di proiettili a Torino

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15 dicembre 1978 brigate Rosee Torino
15 dicembre 1978 brigate Rosee Torino
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15 dicembre 1978. Era mattina presto. Le sette meno un quarto. Alla redazione della Gazzetta del Popolo c’era già fermento, un’ora prima c’era stata una sparatoria di fronte al carcere delle Nuove. Squillò il telefono. Le Brigate Rosse avevano colpito. Una voce fredda e priva di accenti disse:“Siamo le bierre. Abbiamo appena compiuto un attentato contro la scorta delle Nuove con logica di annientamento.”

La logica d’annientamento, nel gergo delle Brigate Rosse, era da intendersi come espressione sinonimo di morte.

Alle 5.40 era ancora buio pesto in città. Faceva un freddo boia. Due giovanissimi agenti di polizia erano chiusi dentro il furgoncino FIAT 850 di servizio, mezzo a disposizione per il pattugliamento notturno del viale di fronte alle carceri Nuove, all’incrocio tra via Pier Carlo Boggio e Corso Vittorio Emanuele II. Il pulmino non era blindato, nulla poteva contro eventuali assalti armati.

Brigate Rosse: raffiche di proiettili a Torino
Brigate Rosse: raffiche di proiettili a Torino

 

Una FIAT 128 sbucò dal corso. Si avvicinò veloce come un felino feroce a caccia. La preda rivoluzionaria era lì, dentro il furgoncino della polizia, nelle divise di Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu, tutti e due Salvatore, tutti e due isolani, uno siciliano e l’altro sardo, tutti e due ventunenni. Dei ragazzini.

La 128 non aveva il lunotto posteriore, glielo avevano tolto i brigatisti preparando quell’azione. Sui sedili anteriori sedevano Nadia Ponti e Vincenzo Acella, dietro, nella postazione di fuoco, Raffaele Fiore e Piero Panciarelli erano pronti con le armi alla mano. Tutti nomi noti della colonna torinese delle BR, tutti assassini. Forse uno dei giovani agenti si accorse di quello che sta per succedere ed estrae la pistola d’ordinanza. Istanti. Le dita dei terroristi erano già sui grilletti del mitra Beretta M12 e del fucile a pompa calibro dodici. I grilletti furono premuti. Raffiche rabbiose squarciarono il silenzio dell’alba. Un’onda di proiettili investì il furgoncino della polizia, fece esplodere i vetri, perforò la carrozzeria, uccise i due agenti. La FIAT 128 accelerò con violenza, lontano dall’attentato appena compiuto. I due Salvatore rimasero accasciati sui sedili, dentro le lamiere che erano colabrodo.

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Pochi anni e i brigatisti rossi colpevoli del duplice omicidio terminarono la loro esperienza nella loro rivoluzione fasulla: chi dietro le sbarre con l’ergastolo, chi sottoterra.

Federico Mosso

 



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