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Giosuè Janavel, la storia del leone di Rorà

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Janavel il leone di Rorà
Janavel il leone di Rorà

Questa è la storia di Giosuè Janavel, questa è la storia di un condottiero.

Il 24 aprile 1655, 15.000 uomini comandati dal marchese di Pianezza, devoto cattolico e aspirante sterminatore di protestanti, iniziarono la campagna di pulizia etnica tra le valli valdesi, i luoghi in cui viveva Giosuè Janavel.

Per ragioni politiche e religiose, ogni eretico doveva essere cacciato o ucciso dai territori del ducato di Savoia.

Il più malvagio fu probabilmente il contingente d’Irlanda. Gli irlandesi erano esuli, perché cacciati dalla loro isola dal protestante Cromwell, Lord protettore di Inghilterra e del Commonwealth. Si guadagnarono l’esilio perché in patria non accettarono il nuovo corso puritano dei padroni inglesi. E infatti ne massacrarono parecchi.

Questi cacciatori di teste senza terra furono invitati in Piemonte e arruolati nelle schiere come specialisti della pulizia etnica. Il marchese di Pianezza gli offrì le terre che sarebbero state sottratte ai valdesi.

Fanatici cattolici, non vedevano l’ora di uccidere gli odiati protestanti, fossero puritani, quaccheri, presbiteriani anglosassoni o valdesi montanari. Erano infedeli, traditori del papato, nessuna pietà!

Ma ci fu un problema per gli squadroni della morte del marchese di Pianezza: il villaggio di Rorà e il capitano Giosuè Janavel, capo della guerriglia valdese.

Dalla valle salirono vero il villaggio 500 soldati del reggimento di San Damiano sotto il comando del conte di Lucerna, per decimare gli insorti. Quei cinquecento “cani da guerra” furono affrontati da soli sette uomini.

Janavel e altri sei. Sette contro 500. Incredibile ma fu così.

Giosuè Janavel, la storia del leone di Rorà
Giosuè Janavel, la storia del leone di Rorà

 

Quei montanari senza paura si posizionarono in un passaggio stretto in mezzo alle rocce.

Appena la truppa entrò nel passaggio, gli volò addosso una tempesta di fuoco e pietre, a sorpresa. I primi caduti gettarono nel panico il resto del reggimento che credeva che il comitato d’accoglienza riservato loro fosse di un numero eccezionale, non di sette pazzi. Dietrofront, si salvi chi può!

La soldataglia che in quell’occasione forse era più adatta a uccidere donne e bambini che a combattere, fuggì a gambe levate tra i prati e i boschi. Il giorno dopo la storia si ripeté, una spedizione punitiva di seicento uomini salì minacciosa verso Rorà. Janavel ora era forte di un esercito di diciotto guerriglieri.

Dodici armati di moschetto, sei di frombola. I seicento del marchese furono di nuovo umiliati e battuti. Lasciarono sul terreno anche parecchi morti. Quei valdesi inferociti erano invincibili, forse non erano umani ma diavoli. Le truppe sabaude cominciarono a temerli come la peste.

Testardo era il marchese di Pianezza e il giorno 27 aprile ordinò un altro attacco, questa volta forte di settecento soldati scelti. Trovarono la strada sgombra e le case di Rorà abbandonate.

Il formaggio della trappola per i topi. I fanti incendiarono le abitazioni e rubarono tutto quello che poterono. Ma sulla via del ritorno, tronfi del bottino, caddero in un’imboscata della banda Janavel.

Di nuovo, per la terza volta, si ritirarono di corsa anche perché questa volta i valdesi usarono una micidiale tecnica creando una frana artificiale che causò nuovo terrore tra le fila nemiche.

L’isterismo al quartier generale del marchese di Pianezza raggiunge picchi rabbiosi.

Giosuè Janavel, la storia del leone di Rorà
Giosuè Janavel, la storia del leone di Rorà

 

Pugni sulle mappe militari, lavate di capo agli ufficiali. Il marchese volle occuparsi della faccenda personalmente e si mise alla testa della quarta spedizione, questa volta di 8.000 uomini. I primi ad attaccare furono le compagnie d’avanguardia irlandesi comandate dal conte Mario di Bagnolo. Janavel aveva ora una schiera di 40 guerriglieri. Un rapporto di uno contro 200, come alle Termopili.

Le frane artificiali risultarono una difesa eccezionale, i massi piombavano di colpo sulle teste degli irlandesi, spaccandole come angurie mature.

Dalle rocce i guerriglieri godevano di posizioni privilegiate e sovrastanti rispetto alle compagnie che arrancavano in salita e che diventavano facile bersaglio di cecchini. Per il marchese fu l’ennesima bruciante sconfitta. Non era possibile. Quei montanari eretici stavano tenendo in scacco il potente esercito ducale.

Il 3 maggio 1655 i tamburi diedero il via al quinto attacco, di nuovo. Diecimila soldati partirono alla carica da diversi lati.

La banda di Janavel intercettò e diede battaglia alle colonne che salivano da Villar Pellice ma quelle che procedevano da Luserna e da Bagnolo non trovarono resistenza ed entrarono nel territorio di Rorà. Come da copione, il villaggio fu completamente bruciato, la gente massacrata, i superstiti imprigionati.

Janavel e l’altro capitano Bartolomeo Jahier riorganizzarono il movimento di resistenza. Operazioni fulminee e assalti impetuosi sfiancarono le truppe del marchese e i piani ducali e cattolici di ripulire definitivamente le valli eretiche. Fu un’estate di fanatica guerra civile e religiosa.

A Pinerolo il 18 agosto 1655, furono firmate le “Patenti di Grazia”, atto di pace in cui sostanzialmente veniva perdonata ai valdesi la loro ribellione armata e gli era ridata la libertà di culto. I valdesi, messi al muro, avevano reagito e vinto. Il ruggito del “Leone di Rorà” mise in fuga chi voleva sterminare la sua gente.

Federico Mosso

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