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Intervista con Giovanni Sensi, eretico

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Giovanni Sensi eretico
Giovanni Sensi eretico

Faccio accomodare il fantasma che devo intervistare sul divano del mio salotto.

Offro tè con pasticcini ma sceglie vino rosso. Oggi farò due chiacchiere con Giovanni Sensi, eretico arso vivo all’inizio del XV secolo.

 

Buongiorno Giovanni Sensi.

Buongiorno a voi, Messer Mosso.

Giovanni Sensi, è vero che fu arrestato dall’inquisitore piemontese Giovanni di Susa?

Giovanni di Susa! Quel sadico maiale! Cane del papa! Viscido aguzzino per lavoro e per passione! Quel gran bastardo con abiti da pio domenicano mi fece patire l’inferno in terra.

Quando fu arrestato?

Ricordo il gelo feroce di quel maledetto gennaio 1403 quando fui svegliato a calci dal mio giaciglio in un fienile della Val di Susa. La mia colpa era quella di essere un valdese che amava predicare il verbo di Valdo di Lione in giro per l’Europa. Per salvarmi la pelle dovetti abiurare la mia fede, mi misero un cappello a cono con le orecchie da somaro, mi obbligarono ad indossare un camicia con un croce, la veste dell’eretico confesso, e così conciato ed umiliato mi fecero fare il giro delle chiese di Avigliana, Susa e Rivoli.

Ma non fu sufficiente come pena?

Tornai libero ma per poco perché, porco diavolo, peccai di cocciutaggine e volli predicare di nuovo tra le genti di Susa. Stupido io. Mi denunciarono. Finii di nuovo in prigione e questa volta persi per sempre la mia libertà, Giuda infame.

Dunque tornò tra le amorevoli braccia dei frati della Santa Inquisizione. Cosa le fecero quei gentiluomini?

L’inquisitore Giovanni di Susa era furioso con me, per avergli mentito e per essermi comportato, come disse quel boia d’un frate, come un cane che ritorna sul suo vomito. La tortura: tu che vieni qua a curiosare tra le nostre vite passate, non puoi sapere cosa sia fin a quando non la provi.

Le unghie mi furono strappate e nella carne viva mi infilarono spilli.

Mi strapparono i legamenti di braccia, spalle e collo con il supplizio della corda.

Ustionarono i miei piedi e le caviglie con i ferri roventi.

Due giorni di infiniti supplizi; due giorni lunghi come due secoli. E mentre io gridavo e piangevo pazzo di dolore, loro ridevano. Mi marchiarono sulla fronte una croce con il fuoco, segno indelebile della mia vergognosa eresia.

Confessò Signor Sensi?

Confessai, per farli smettere. Ammisi, mentendo, tante infamità.

Confessai che andavo in giro a predicare che i santi non esistevano e non dovevano essere adorati.

Confessai che dissi che il Paradiso era una bugia.

Confessai che bestemmiavo contro il sacramento del matrimonio.

Confessai che incoraggiavo donne e uomini alla copula selvaggia, senza freni di sorta.

Confessai che adoravo il demone gatto Temon.

Confessai che i miei simili, quando mettevano in cinta le sorelle o addirittura le madri, offrivano quella creatura del peccato al nostro sacerdote capo che metteva il neonato a cuocere in un calderone per ricavarne un unguento magico che serviva per far volare i bastoni, nostri destrieri della notte.

Quale fu la sentenza del tribunale?

E così nella sala del tribunale di Avigliana, davanti a laidi funzionari pubblici, signorotti gottosi, castellani ipocriti, fui condannato dal dito inquisitore di Giovanni da Susa alla morte sul rogo.

Giovanni Sensi finisce il suo racconto sparendo dalla mia vista, in un improvviso soffio di vento che mi spalanca le finestre.

 di Federico Mosso

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