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Filadelfia, la ferita che brucia della città di Torino

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Stadio Filadelfia Torino
Stadio Filadelfia Torino

1926 – 1963 – 1997. Sono queste le tre date fondamentali per conoscere il Filadelfia.

In pochi mesi, da marzo a ottobre del 1926, il conte Enrico Marone di Cinzano fece costruire il Campo Torino che, con il passare degli anni, divenne per tutti lo Stadio Filadelfia, dal nome della via nella quale si trova.

I lavori costarono poco meno di due milioni e mezzo di lire e la struttura venne inaugurata il 17 ottobre con una partita amichevole tra il Torino e la Fortitudo Roma.

Qui nasce (e si spegne) la leggenda del Grande Torino, squadra dei record (molti dei quali ancora oggi ineguagliati), imbattuta tra le mura amiche per sei anni di fila, cinque scudetti vinti consecutivamente prima della tragedia di Superga e simbolo della rinascita del Paese dopo la guerra.

Domenica 19 maggio 1963 è invece la data dell’ultima partita ufficiale giocata dalla formazione granata al “Fila”, un pareggio per 1 a 1 contro il Napoli.

Dalla stagione sportiva seguente il Toro decide di giocare le proprie gare casalinghe presso il vicino Stadio Comunale, più moderno e capiente.

È l’inizio del declino per il vecchio Campo Torino, utilizzato ancora per gli allenamenti della prima squadra e per i match ufficiali dei ragazzi delle giovanili, ma lasciato marcire dalla società e divenuto presto inagibile per il rischio crolli.

Filadelfia, la ferita che brucia della città di Torino

Arriviamo infine al 18 luglio 1997, una delle date più tristi nella storia del Torino calcio: iniziano i lavori di demolizione delle tribune dello stadio ad opera del Comune.

La storia piange un monumento del calcio italiano e mondiale, il popolo granata è impotente di fronte a cavilli burocratici, personaggi senza scrupoli e crediti millantati, ma mai arrivati.

Uno stillicidio di persone colluse con la fetta sporca di Torino, quella nera. E bianca.

Per conoscere il Fila e le innumerevoli volte che qualche presidente, politico o imprenditore locale ci ha illuso sulla sua ricostruzione è sufficiente andare su Wikipedia e scorrere l’elenco interminabile, anno per anno, dei tentativi di recuperarlo.

Per capire il Fila bisogna invece guardare negli occhi coloro che hanno vissuto i fasti del prato più temuto d’Italia, ascoltare i racconti di chi quel pomeriggio del 1949 è andato a piedi da via Filadelfia n° 36 a quella maledetta collina e da allora, ogni 4 maggio, ripete gli stessi gesti e versa le stesse dolorose lacrime; può bastare anche solo passare di là un giorno in settimana, un giorno qualunque e sedersi in un angolo ad osservare i volontari e le volontarie di fede granata che tagliano l’erba, si prendono cura dei 45 gatti che lo hanno eletto a loro dimora o che semplicemente si sdraiano sull’erba per respirare un passato glorioso che, lo sappiamo tutti, mai tornerà.

Filadelfia, la ferita che brucia della città di Torino

 Ed è allora che dentro ognuno di noi si fa strada il vero Filadelfia.

Inizia con una stretta al cuore che diventa subito senso di colpa, una vergogna eterna per non aver fatto qualcosa, per non aver fatto abbastanza e non è questione di età anagrafica. Io non ero nato né nel ’26, né nel ’63, ma c’ero nel ’98 e non ho fatto nulla. Mi viene persino da maledire mio padre e mio nonno per non aver tirato abbastanza pomodori ai vari Borsano, Goveani, Calleri e Vidulich, per non essersi incatenati alle piglie di cemento quando era ora, per non essersi fatti arrestare.

Subentra la rabbia per gli anni di menzogne e giochetti di potere che hanno solo aggravato la situazione senza poggiare una prima pietra che non fosse una presa per il culo.

Poi però arriva l’orgoglio per ciò che quel rettangolo verde ha rappresentato per noi, ma anche per l’Italia intera, è il momento dei ricordi, di tanti campioni diventati uomini al Fila, poi emigrati altrove, ma sempre onorati di aver avuto la possibilità di cambiarsi in quegli spogliatoi scomodi e demodé.

Immancabile, alla fine, giunge la consapevolezza e la rassegnazione per una vicenda che continua a tormentarci. I ruderi di oggi sono lì a ricordarci che, come le gradinate ancora in piedi, ma pericolanti, siamo con un piede nel passato e con l’altro nel futuro, impossibilitati a muoverci da beghe da cortile e banconote immaginarie. Un limbo estremamente adatto alla storia granata, in fondo.

Stadio Filadelfia Torino

Ecco, fermiamoci prima che sopraggiunga la rassegnazione, appena prima di alzare bandiera bianca e dichiararsi sconfitti nei confronti della sfiga cosmica.

La situazione attuale parla di accordi tra la Fondazione, il Comune, la Regione ed il Torino per un progetto condiviso di restauro dell’intera area. Si sono abbandonate le utopie di una cittadella granata per virare su ciò che accontenterebbe tutti i tifosi: campi di allenamento per la prima squadra e le giovanili, sede della società e museo.

Le idee ci sono, ma c’erano anche negli ultimi cinquant’anni. I fondi continuano ad essere promessi come voti di scambio o contentini del momento a seconda delle occasioni e, notizia dell’altro ieri, le facce dei protagonisti, continuano a cambiare ad una velocità allarmante.

A proposito di fondi, mi preme dire un dettaglio che molto spesso gli organi di stampa “dimenticano” di citare. In tempi di crisi a molti può venire il dubbio che spendere 3,5 milioni di euro delle finanze comunali per un’opera non prioritaria sia quantomeno in contraddizione con il clima di austerity. Bene, fate attenzione: quei soldi NON sono del Comune di Torino, ma soldi che la città incassò dalla vendita di terreni al Bennet di via Giordano Bruno, con il preciso intento di destinarli alla ricostruzione dello stadio. Ora le istituzioni vogliono far credere che quei soldi sono spariti e che dunque a pagare saranno i contribuenti.

 

Non vi fate ingannare. La volontà incrollabile di pochi potrà forse spuntarla contro l’ostruzionismo di molti.Una marcia per il Fila è programmata per il 12 maggio.

Mancare sarebbe il vero crimine.

 

 

 

Marco Parella

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