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4 marzo 1947: l’ultimo fuoco del plotone d’esecuzione

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4 marzo 1947: l'ultimo fuoco del plotone d'esecuzione
4 marzo 1947: l'ultimo fuoco del plotone d'esecuzione

4 marzo 1947. Era un’alba nebbiosa al poligono delle Basse di Stura. Quella fredda umidità rendeva ancora tutto più squallido e tetro. Tre sedie vuote erano state legate ad altrettanti paletti conficcati nel terreno. Erano riservate a tre condannati a morte.

4 marzo 1947. Il ronzio di un motore si avvicinò dal muro di nebbia. Giornalisti, poliziotti, funzionari, carabinieri si voltarono verso il furgone militare che alle primissime luci del mattino era uscito dal carcere delle Nuove con un carico speciale. Uscirono fuori i tre della strage di Villarbasse, in catene. I volti di Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni d’Ignoti furono illuminati dai flash al magnesio dei fotoreporter. Scortati dai carabinieri s’incamminarono verso quelle tre sedie vuote. Erano gli ultimi istanti di vita di tre morti che camminano.

4 marzo 1947.I tre condannati a morte l’avevano fatta davvero grossa per meritarsi l’estrema punizione. Nell’autunno del 1945, insieme ad un altro complice massacrarono dieci persone. Il quarto uomo, Pietro “u malacarne” Lala, finì i suoi giorni a Mezzoiuso in provincia di Palermo, anche lui sforacchiato da una mitragliata però non per mano della giustizia istituzionale ma di quella banditesca del posto.

Tutti i componenti della banda erano siciliani, originari della provincia palermitana. Pietro Lala era la mente del gruppo, ma forse il termine “mente” è troppo raffinato per un barbaro del genere, diciamo che “u malacarne” era il capo bastone della gang. Mesi prima aveva lavorato come uomo di fatica alle dipendenze dell’avvocato Massimo Gianoli, benestante proprietario della cascina Simonetto nel paese di Villarbasse, distante 20 chilometri dal centro di Torino. Ed è in quella cascina che u malacarne covò il suo progetto di rapina.

La sera del venti novembre tornò alla Simonetto. Con lui tre compari illusi di trovare chissà quali tesori nella casa dell’avvocato.

Pietro “u malacarne” Lala, il capo.

Giovanni “u turista” Puleo, il luogotenente.

Francesco “o bono core” e Giovanni “u cernitore” d’Ignoti, la manovalanza.

La banda avanzava nelle tenebre del bosco, calpestando foglie fradice. Le luci della cascina erano accese. I quattro sorrisero malvagi. Dentro, in sala da pranzo, sul lungo tavolo dieci persone stavano cenando in allegria con la bagna càuda. A capotavola sedeva l’avvocato Gianoli, uomo buono e stimato in paese. Con lui mangiavano il mezzadro e la famiglia, le cameriere e gli aiutanti.

I cani cominciarono ad abbaiare rabbiosi. Erano agitati, chi c’era là fuori? La porta si aprì. Entrano i quattro. Strillavano, mettevano paura.

“Dove sono i soldi?”

Racimolarono poco, molto meno del previsto. Trecentomila lire, dei calzini, alcuni salami. Conclusero la faccenda nel peggiore dei modi. Radunarono gli abitanti della Simonetto in cantina. Li accompagnarono uno alla volta verso la stalla. Li obbligarono ad inginocchiarsi. Gli coprirono la testa con l’impermeabile dell’avvocato.

E poi andavano giù con la spranga di ferro. Un colpo, due colpi, tre colpi … fino a quando l’impermeabile non si lordava di sangue, fino a quando non piangevano più.  Agghiaccianti le confessioni delle belve.

“Maresciallo, gli ho già detto. Chi si lamentava di più erano gli uomini, c’hanno la testa più dura. All’avvocato ci diedi quattro colpi uno più forte dell’altro. Non voleva crepare. Invece le donne no, bastava una botta sola e se andavano senza aprir bocca, come dei pulcini.”

Una volta che la vittima era forse morta (in alcuni casi come fu stabilito dall’autopsia solo tramortita) gli orchi legavano un blocco di cemento con del fil di ferro ai piedi dei poveretti.

La tomba era la cisterna della stalla, dove i corpi vennero gettati. Alcuni di loro non morirono per le sprangate sul cranio ma solo dopo, affogando nell’acqua di quel buco nero. L’orrore che si aggiungeva all’orrore della cascina Simonetto di Villarbasse.

A parte u malacarne che si beccò una raffica di mitra da qualche suo compaesano, gli altri tre furono tutti acciuffati dalle forze dell’ordine. Furono interrogati, furono processati, furono rinchiusi nel Carcere di Torino, furono condannati a morte.

All’alba del tre marzo entrarono i carabinieri nelle loro celle in Corso Vittorio. Gli diedero cognac e sigarette prima di caricarli sul furgoncino che gli avrebbe portati alla morte. Quella sarà ricordata come l’ultima esecuzione capitale in Italia.

Ora erano seduti su quelle tre inquietanti sedie, con gli occhi bendati e l’ultima sigaretta che pendeva dalle labbra. Padre Ruggero gli porse il crocefisso da baciare e si allontò recitando preghiere.

In quel 4 marzo del 1947, Due file di poliziotti puntarono i fucili verso gli assassini.

“Fuoco!”

 

Federico Mosso

 

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