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Milo Julini, la voce della “vera” Torino Noir

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Tra tutti gli scrittori legati al true crime, ovvero alla storia dei crimini realmente accaduti, Milo Julini è senza dubbio uno dei maggiori esperti per quanto riguarda il vecchio Piemonte. Con una bibliografia che vanta una ventina di libri e numerose pubblicazioni, Julini riesce sempre ad incuriosire il lettore, grazie ad un’accurata ricerca delle fonti e ad una scrittura pulita, ma ricca di aneddoti e particolari. Mole24 ha avuto il piacere di porre qualche domanda al professore che si occupa della “Torino Noir” in occasione del lancio del suo nuovo libro: Processi e sorrisi – Racconti giudiziari 1865 – 1878.

Professor Julini, Lei ha all’attivo numerose pubblicazioni e gestisce il sito http://www.criminiemisfatti.it/, vera banca dati del true crime piemontese, come è nato questo interesse?

Non mi considero uno storico ma un narratore di storie vere e che, quando parlo di true crime, non sono il “professor Julini” ma il “signor Julini”. Ciò premesso, devo dire che questo mio interesse viene dall’infanzia: già da bambino avevo la passione per la cronaca nera, mentre i miei coetanei raccoglievano le figurine dei calciatori, io ritagliavo dai giornali gli articoli che descrivevano rapine in banca e omicidi. Mi piaceva anche la storia, soprattutto quella del Risorgimento: a dieci anni rimasi estasiato quando a Torino si svolsero le celebrazioni di del primo centenario dell’Unità d’Italia. Anche dopo la laurea e l’inizio, nel 1974, della mia carriera di docente universitario presso una facoltà scientifica dell’Ateneo torinese, ho sempre coltivato, sia pure in sordina, queste mie passioni giovanili. Mi ero anche avvicinato alla letteratura in lingua piemontese e leggevo studi di storia locale, in particolare quelli concernenti il periodo risorgimentale. Cercavo notizie sul crimine, sulla sua repressione, sull’amministrazione della giustizia, a Torino e nel regno sardo, ma restavo sempre insoddisfatto. Verso il 1985, visto che non riuscivo a trovare in libri scritti da altri le notizie che mi interessavano, ho deciso di metterle nero su bianco io stesso, considerando nelle mie ricerche il periodo compreso fra il 1848, anno di nascita della Corte di Appello, per finire con i primi anni del Novecento. Ho così iniziato la ricostruzione delle vicende di banditi di strada, di ladri matricolati, delle associazioni criminali torinesi… Dal 2000 ho intrapreso nuovi filoni di ricerca: i “briganti popolari” piemontesi; le sentenze di condanna a morte del Senato di Torino, tribunale attivo dal 1814 al 1847; lo studio della Polizia di Torino capitale (1848-1864). Il mio libro “Processi e sorrisi”, invece, ha un contenuto più “leggero”: narra vari processi per reati come piccoli furti, modeste truffe, scenate, alterchi e chiassate. I protagonisti sono donne di varia estrazione sociale, furbastri e bulli di quartiere, che interpretano “teatrini” giudiziari che riescono ancora a farci sorridere.

Nel suo libro “Processi e sorrisi” Lei descrive come le cronache giudiziarie siano state introdotte nei quotidiani torinesi prima che nel resto d’Italia. È un altro dei primati che Torino ha lasciato nel dimenticatoio?

Certo è un primato che può apparire modesto ma solo in apparenza, perché la cronaca giudiziaria è collegata alla libertà di stampa ed è figlia di un processo di democrazia… ma che i Torinesi non sappiano valorizzare i loro primati è un fatto ormai noto!

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Lei ci racconta come grandi firme giornalistiche del passato (tra cui Saragat padre), appassionassero un grande pubblico narrando i processi ed i relativi crimini. Come mai la cronaca giudiziaria oggi non interessa più come un tempo? In cosa è cambiata?

Direi che l’interesse del pubblico non è diminuito: basta vedere quante trasmissioni televisive si occupano di cronaca giudiziaria, come Quarto Grado o Chi l’ha visto?, per citare le più note. Mi pare che sia cambiato l’atteggiamento dei cronisti giudiziari. Analizzando i principali programmi televisivi del genere, si nota come alcuni si propongono di affiancare l’opera degli inquirenti mentre altri, più o meno apertamente, indicano percorsi alternativi rispetto a quelli delle indagini ufficiali ed altri, infine, intendono “ripensare” le verità giudiziarie stabilite dalle sentenze.

Nei quotidiani dell’Ottocento e del primo Novecento, la figura del cronista giudiziario assumeva valenze diverse da quelle attuali, sia per una presenza più “discreta” (le appendici giudiziarie comparivano in un solo giorno della settimana, al sabato o alla domenica) e poi perché questo cronista riferiva sempre in modo rassicurante sull’operato della Giustizia. Non prendeva una posizione innocentista alla quale corrispondeva un’implicita critica all’operato degli inquirenti; verso particolari imputati, soprattutto se donne, il cronista manifestava talvolta la sua simpatia, ferma restando la loro colpevolezza. Oggi i cronisti giudiziari utilizzano oltre alla carta stampata, radio, televisione, Internet. La televisione ha effettivamente trasformato la Giustizia, attraverso la rappresentazione di indagini, arresti, perizie e processi, in un vero e proprio spettacolo alla portata di tutti. I mass media sono quasi sempre assai critici se non in contrapposizione con gli inquirenti ufficiali, alimentano e in qualche modo canalizzano il “popolo” degli innocentisti e dei colpevolisti.

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Il Suo lavoro per scrivere un libro consegue ad una lunga ed accurata ricerca di fonti e documenti originali. Ci descrive la genesi di un Suo libro?

Penso sempre di scrivere un libro di storie e non di Storia: dagli archivi giudiziari scelgo delle vicende che mi colpiscono. Non intendo esprimere considerazioni di carattere generale sulla base di un significativo campione statistico, il mio interesse è tutto rivolto ai protagonisti e agli sfondi degli episodi narrati. Dopo aver deciso l’argomento, la mia formazione scientifica mi ha insegnato a ricostruire gli avvenimenti “di prima mano”: utilizzo documenti processuali e giornali coevi e mi impegno per chiarire al lettore il contesto storico e socio-politico in cui sono avvenuti i fatti criminali. Quando ho narrato le imprese di alcuni banditi di strada ancor oggi noti nelle campagne piemontesi, ho anche raccolto i racconti tradizionali che li riguardavano: la figura di questi banditi appare profondamente trasfigurata dall’immaginario collettivo, sono diventati dei veri “briganti popolari”, cioè dei Robin Hood.

Vista la Sua lunga bibliografia, immaginiamo che sia già al lavoro su un nuovo volume. Quale sarà la prossima uscita e che argomenti tratterà?

Nell’immediato, è appena uscito un mio nuovo libro, “Il primo scandalo dell’Italia unita. Il caso Cibolla e altre storie criminali. 1854-1861”, dove ho ricostruito un oscuro episodio del periodo risorgimentale, svoltosi nel biennio 1860-1861 ma con antefatti che risalivano al 1854. Da un processo contro alcuni ladri e assassini – detto processo Cibolla dal nome del principale imputato – si arrivò a mettere in discussione la credibilità dell’esecutivo del neonato Regno d’Italia, sfiorando, col riverbero dello scandalo, persino il nome del conte Camillo Cavour. Fu il primo grande scandalo dell’Italia unita. Una mia prima ricostruzione di questo fatto è apparsa nel 1988 con una pubblicazione in tiratura limitata e, dopo ventiquattro anni, presento questa versione del tutto rinnovata nella stesura, ampliata grazie al reperimento di nuovi documenti. Nel futuro, più o meno prossimo, penso di recuperare altre vicende di banditi di strada, di pubblicare altre storie del filone “Processi e Sorrisi” e di iniziare a considerare le vicende criminali, grandi e piccole, di Torino subito dopo il trasferimento della capitale a Firenze.

Nel Suo lavoro di storico non si tira mai indietro nel caso di coraggiose prove che puntano verso il revisionismo. Come viene recepita questa posizione dal pubblico?

Premetto che io non mi considero uno storico ma un narratore di storie vere ed a questa domanda posso soltanto rispondere in base alla mia trascorsa esperienza di docente dell’Università della Terza Età di Torino: ho visto allievi sbigottiti di fronte ad affermazioni che sminuivano la figura dei cosiddetti Padri della Patria… questo è comprensibile, visto che gli alunni della scuola elementare sono stati “indottrinati” sul Risorgimento a partire dal periodo umbertino (1878-1900). Questo “indottrinamento” è proseguito nel Novecento, è stato potenziato nel periodo fascista ed è continuato anche nell’Italia repubblicana, basta pensare al tono delle celebrazioni del 1961! Certamente chi da bambino ha studiato quelle nozioni retoriche, oggi accetta con fatica una visione revisionista, anche moderata… ricordo che qualcuno ha addirittura alzato la voce…

Dai lettori dei miei libri non ho avuto particolari osservazioni in questo senso, forse sono stati distratti e coinvolti dalla trama criminale…

Siamo giunti ai saluti. Mole24 ringrazia il prof. Milo Julini per la disponibilità e consiglia caldamente ai suoi lettori Processi e sorrisi – Racconti giudiziari 1865 – 1878 edito da Neos Edizioni

Michele Albera

 

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