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Intervista con Giovanni Boccalaro, lo stregone delle carceri

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Oggi siamo in compagnia di Giovanni Boccalaro, sarto, assassino, galeotto e stregone fai da te. E’ venuto a trovarmi il suo fantasma, che ha le fattezze di una testa mozzata che faccio accomodare sul cuscino del mio divano.

Buongiorno Monsù Boccalaro, è comodo?

Buongiorno a voi, Monsù Mosso, sì sto comodo. Di grazia, potreste allungarmi la cannuccia del succo di frutta? Ah, grazie. 

Allora Giovanni, ci racconti un po’ la sua storia.

Mi chiamo Giovanni Boccalaro, facevo il sarto e nel 1709 ero ospite delle carceri senatoriali di Torino perché complice di omicidio. Quell’infame bastardo maledetto del mio compagno di cella, Antonio Barbero, per lisciarsi gli sbirri e i giudici per uno sconto di pena mi denunciò come stregone. 

Accipicchia, addirittura uno stregone. E su quali basi queste accuse?

Spifferò ai secondini che avevo fatto una statuetta di cera con l’effige di sua maestà il principe Vittorio Amedeo con lo scopo di fargli un maleficio per ucciderlo e per vendicarmi della mia condizione di galeotto. Spia della malora. A me quella statuetta serviva per far venire un coccolone a Sua Altezza Reale ed ottenere in cambio da Belzebù l’indulto. Il Barbero colse l’occasione al volo per i suoi miseri scopi e le guardie che fecero la perquisizione in cella trovarono il corpo del reato. Giuda Crin! 

Tentò di difendersi da queste infamità?

Spergiurai la mia innocenza, dieci, cento, mille volte! Ma non fui creduto e le autorità, cagne loro, vollero dare un bell’esempio al popolino. Guardate, plebaglia, cosa capita a chi offende con stregonerie Sua Altezza Reale!

Come si svolse l’esecuzione della pena?

Con un carrettino trainato da somari fui portato in Piazza delle Erbe. La gente dai balconi sputava al mio passaggio e la plebe dalla strada mi lanciava sassi e sterco. Era il 30 gennaio 1710 e faceva un freddo boia. Scalzo e vestito solo di camicia mi fecero piangere e strillare d’innanzi ad una folla eccitata e gioiosa bruciandomi la mano con una torcia. Con tenaglie incandescenti mi strapparono pezzi di pelle, mi cavarono gli occhi, mi mutilarono i testicoli. Poi finalmente m’impiccarono. Il mio cadavere fu tagliato in quattro pezzi, ognuno dei quali finì sopra ad ognuna delle porte di Torino. La mia testa fu posta su una colonna a memoria del mio crimine cosicché i miei figli e le loro famiglie potessero provare vergogna. 

Triste storia quella di Giovanni Boccalaro, scultore di statuette di voodoo sabaudo. Riaccompagno l’ospite alla porta, palleggiandolo con un discreto tocco da calciatore da salotto.

Intervista a cura di Federico Mosso

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