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Kha, lo spettro che riposa al Museo Egizio

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sarcofago dell'architetto Kha
sarcofago dell'architetto Kha

Il mio nome è Kha. Sono stato il grande architetto a capo dei lavori di costruzione per la necropoli del mio signore, il faraone Amenofi III.

Il mio nome è Kha. Il mio corpo mummificato è stato disturbato dal suo sonno eterno da quel ficcanaso tombarolo italiano di Ernesto Schiaparelli nel 1906. Da allora, i resti miei e della mia amata moglie Merit sono stati rapiti dalla sacra terra di Tebe sulla sponda occidentale del Nilo. Ora noi e le nostre cose che ci sono servite per il lungo viaggio sono infilate dentro gabbie di vetro per essere spettacolo.

Aliti di vecchi soffiano sulle teche custodi della nostra intimità millenaria, folle di marmocchi urlanti e poco interessati si aggirano tra le nostre cose e occhi artificiali immortalano e rubano le immagini dei nostri sarcofagi. Sequestrati dal Museo Egizio di Torino, i corpi miei e di mia moglie riposano indegnamente per gente del nostro alto rango.

 

Ci fu un tempo che servivo il faraone e per lui costruivo templi e colossi, facevo muovere blocchi di pietra pesanti come montagne e la frusta dei miei capocantieri faceva sanguinare la schiena a migliaia di schiavi ad un mio semplice cenno con il dito. Ero potente, rispettato, ricco.

Mia moglie Merit, che io ho amato tantissimo, mi lasciò d’improvviso, morendo di febbre una notte del 1412 prima della nascita del vostro messia, secondo il calendario blasfemo di voi moderni bifolchi. Ma anche lei mi amava e mi aspettò prima di intraprendere mano nella mano la nostra prova più grande. La raggiunsi sette anni dopo e assieme iniziammo il lungo viaggio delle anime dei morti.
Dopo il rito della mummificazione che durò settanta giorni potei finalmente ricongiungermi nella sepoltura con Merit, mia sposa in terra e per l’infinito. Il libro dei morti, il lungo papiro di quasi 14 metri che avevo commissionato ai sacerdoti di Tebe, fu posto al mio fianco nel sarcofago.

 

Kha, lo spettro che riposa al Museo Egizio
Kha, lo spettro che riposa al Museo Egizio

 

Quando i pesanti lastroni di pietra sigillarono il nostro sonno fu buio. Buio, profondissimo buio infinito. Strinsi la mano a Merit, di nuovo bellissima, e incominciammo il cammino giù verso il Duat, l’aldilà. Si aprirono le grandi porte del regno sotterraneo di Osiride.
Fummo giudicati dal tribunale del Dio dei morti; senza dubbio la prova più difficile per le anime nell’oltretomba.

Nell’immensa sala del giudizio su un grande trono d’oro il nostro signore Osiride sedeva e ci fissava. La bilancia sacra di Anubi era pronta a dare il suo responso solenne. Il dio luna Thot dalla testa di uccello, divinità della sapienza, della magia e della scrittura, fece il suo ingresso per svolgere il suo compito. Su un piatto della bilancia poggiò il mio cuore, scrigno della mia anima, testimone della mia bontà e dei miei peccati terreni.

Kha, lo spettro che riposa al Museo Egizio
Kha, lo spettro che riposa al Museo Egizio

 

Sull’altro piatto fu posta la piuma di struzzo che la bellissima dea Maat dell’ordine cosmico aveva infilata tra i lunghi capelli neri. Se il mio cuore fosse pesato più della piuma di Maat allora il feroce Ammit sarebbe sceso dal suo piedistallo in pietra. Ammit, mangiatore di morti e divoratore di anime, era il dio ibrido con metà del corpo ippopotamo, l’altra metà leone, e con la testa di coccodrillo. Era il boia di Osiride. Se l’imputato non avesse superato la prova della bilancia Ammit l’avrebbe fatto a pezzi con le sue fauci e se lo sarebbe inghiottito. Quella era la punizione suprema, la seconda morte, quella definitiva. La non-esistenza, il nulla assoluto e la fine di tutto.
Il mio cuore superò la prova. Eravamo salvi. Osiride ci accompagnò sul sentiero verso la nostra meta finale: il campo dei giunchi, dove avremmo avuto una vita eterna nella meraviglia. Fummo benedetti con l’immortalità.
Poi quel rompiscatole di Schiaparelli dopo 3.311 anni di felicità, godimenti, flauti, liuti ed arpe rovinò tutto. Odiati mortali d’oggi dovete sapere che se venite a molestare i nostri corpi mummificati e preparati per la via eterna poi siamo costretti a ritornare sulla terra come volgari spettri. Ma non finisce qui. Presto mi vendicherò tra le sale di questo museo che tiene prigionieri me, mia moglie ed altri poveretti caduti tra le grinfie di quelli che voi chiamate archeologi. Non sarà piacevole, ve lo assicuro, farò prendere un tal spavento alle brufolose comitive delle scuole medie, ai gruppi di anziani della quinta età, ai visitatori che vengono a sbirciare nella nostre cose più sacre, che ve lo ricorderete. Sarà una vendetta tremenda, parola di Kha.

Federico Mosso

 

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