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I giorni della Dama Nera (quando a Torino si diffuse la peste)

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Peste Torino 1630
Peste Torino 1630

Il calzolaio Francesco Lupo cominciò a sentirsi male. Il respiro si fece più difficile, affannoso e affamato d’aria.

Una dannata tosse non gli dava tregua, graffiandogli la gola. Un cliente gli disse che aveva una cera orribile, gli disse che aveva la faccia blu.  Sotto l’ascella destra avvertiva un nuovo rigonfiamento, sentiva crescere sulla sua pelle un fastidioso e inquietante bubbone.Fuori dalla bottega soffiava un vento freddissimo, d’altronde era il due di gennaio e in città si gelava.

Francesco Lupo, il calzolaio, crollò sul tavolo ingombro di chiodi, lacci e scarpe da riparare. Una strana debolezza vinse su ossa e carne. Altre volte aveva avuto la febbre, ma mai così forte. Quella però, per disgrazia sua e di tutti i suoi concittadini, non era una banale influenza invernale.

La peste, la dama nera sterminatrice di popoli interi, era apparsa in città.

 

Peste Torino 1630
Peste Torino 1630

1630, l’annus horribilis per Torino e per tante città del nord Italia. Il terribile flagello del morbo pestifero massacrò centinaia di migliaia d’individui, colpendo indiscriminatamente giovani e vecchi, donne e neonati, soldati e civili, ricchi e poveri, potenti e accattoni, prelati e bottegai, nobili e plebei: la falce democratica della morte nera.

Non è un caso che la malattia infettiva scelse come prima vittima di Torino il calzolaio Francesco Lupo, sempre chinato su suole e tacchi che avevano camminato su pozze maleodoranti, su pavimenti lerci d’immondizia, su fogne a cielo aperto. Dal calzolaio ecco nei mesi successivi che gli ammalati si fanno dieci, poi cento, poi mille.

Le porte della piccola capitale furono sprangate e ai forestieri venne impedito l’ingresso: rimedio disperato dell’ ultima ora.

Fu con la fine dell’inverno e del freddo che la peste si fece inevitabilmente più cattiva. I caldi primaverili e poi l’afa estiva incendiarono il contagio, divenuto in estate fuori controllo.

Il contagio ribattezzato in piemontese “il Contacc”, la peggior disgrazia per l’uomo.

La peste a Torino diede il peggio di sé nei mesi più caldi e all’apice della sua violenza si contavano 150-200 decessi al giorno. I numeri dell’ecatombe cittadina facevano e fanno tutt’oggi impressione.

Nel 1620 si contavano 21.000 abitanti, dieci anni dopo, con la peste, la città si svuotò di profughi in fuga e rimasero nella capitale del Ducato appena 11.000 anime. Dopo il flagello, erano ancora in piedi appena 3.000 cittadini: un totale di 8.000 morti, un massacro di proporzioni spaventose.

In via Dora Grossa (oggi via Garibaldi), in quell’infernale estate 1630, masse di cadaveri ingombravano il passo. L’aria era umida e da settimane non scendeva una goccia d’acqua, rendendo tutto ancora più putrido, nauseabondo, infetto. Nuvole giallastre si levavano in cielo. Erano i mobili e le masserizie degli appestati dati alle fiamme come estremo disinfettante.

I cadaveri erano fetidi e in puzzolente putrefazione; le pezze bagnate nell’aceto e la salvia e ruta aromatica non servivano nulla contro l’aria schifosa.

Tra i corpi nei lazzaretti fuori dalle mura di Borgo Dora e di Madonna di Campagna o nelle case appestate, chirurghi, medici, speziali e commissari sanitari lottavano con la poca conoscenza in materia di cui disponevano.

La peste, dopo aver sterminato la quasi totalità dei torinesi, si affievolì come un falò sotto la fredda pioggia d’autunno e si spense definitivamente con l’arrivo del nuovo inverno.

Fu senza dubbio la più grande tragedia che investì la città dalle sue origini ad oggi.

Calamitas Calamitatum, la calamità delle calamità, aveva quasi ammazzato Torino.

 

Federico Mosso

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