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Confesercenti: i negozi d’abbigliamento ed alimentari sono i più colpiti dalla crisi

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Confesercenti dal 2007 negozi di alimentari ed abbigliamenti colpiti dalla crisi
Confesercenti dal 2007 negozi di alimentari ed abbigliamenti colpiti dalla crisi

Un negozio di abbigliamento su quattro e un negozio di alimentari su cinque hanno chiuso i battenti per sempre tra il 2007 e il 2012.

È un lustro di lacrime e sangue quello che emerge dalla ricerca condotta in Piemonte da Confesercenti: i cinque anni presi in considerazione sono quelli dominati dalla crisi (ad eccezione del 2007) che ha colpito non solo il comparto manifatturiero e produttivo del Piemonte ma anche il settore commerciale.

Se si eccettuano i pubblici esercizi, cresciuti del 3,7% e le bancarelle dei mercati (+ 8,6%) tutte le altre tipologie sono in calo.

Sono diminuite del 20,5% le strutture ricettive (sebbene il turismo a Torino sia in costante crescita), i negozi extralimentati (- 2%) con una punta del 23% per l’abbigliamento e quelli alimentari (-20%). Non se la passa bene nemmeno il “mattone”, quella risorsa tanto cara agli italiani che nei decenni ha sempre rappresentato una forma sicura di investimento; le attività di mediazione immobiliare sono infatti calate dell’1,8%.

I due settori più colpiti sono quindi gli alimentari e l’abbigliamento.

Non deve poi stupire l’incremento nel numero di bancarelle nei mercati. La crisi ha, giocoforza, modificato le abitudini di consumo dei piemontesi che si sono orientati più sui mercati rionali che sui piccoli negozi di alimentari, già stritolati dall’espansione massiccia – e si potrebbe anche dire incontrollata – della grande distribuzione.

<Purtroppo la ricerca conferma con la precisione dei numeri una situazione sempre più preoccupante – commenta Antonio Carta, presidente di Confesercenti – il conto delle imprese è quello che emerge da questi numeri ma anche quello che esse presentano alle forze politiche e alle istituzioni in vista delle elezioni>.

Confesercenti non si è limitata alla ricerca ma proprio in virtù dei dati preoccupanti che ne sono emersi mette sul tavolo una serie di proposte per individuare 70 miliardi da destinare alla crescita. Proposte che vanno dai tagli alla spesa pubblica a quelli sugli sprechi e sulle disfunzioni della macchina pubblica, al taglio o all’abolizione delle Province, alla dismissione del patrimonio immobiliare fino alla cessione delle partecipazioni in alcune società. Sacrifici nemmeno troppo gravosi che potrebbero tradursi, secondo Confesercenti, nella riduzione di Irpef e Irap, nel ritorno all’aliquota del 20% per l’Iva e nell’esenzione dall’Imu per gli immobili di impresa e la prima casa.

Alessandro Porro

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