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La Torino di Furchi, tra clientelismo e vendetta.

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Agguato consigliere Musy a Torino
Agguato consigliere Musy a Torino

E’ una Torino sordida e ambigua, ben lontana da quell’ideale forse un po’ romantico e tutto sabaudo di capitale del rigore morale, quella che emerge dai contorni della vicenda Musy. Non è nostra intenzione tentare un processo sommario, se sia stato davvero Francesco Furchì a sparare lo accerterà la magistratura ma quella sorta di lato oscuro che viene fuori dalle indagini merita comunque una riflessione.

Torino si scopre affetta da quello stesso cancro e da quelle cattive abitudini tutte italiane che affliggono la politica nostrana. Secondo gli inquirenti il tentato omicidio sarebbe maturato in quel sottobosco fatto di clientelismo, complicità mascherata, favori e do ut des che segue come un’ombra il mondo della politica e costituisce il tessuto di questo Paese, a Torino come in altre parti d’Italia. Un mondo torbido che forse sarebbe piaciuto a Fruttero e Lucentini, nascosto dietro quella patina di rispettabilità e di circostanza che sembra rivestire un po’ tutto in questa città.

Soprattutto i salotti buoni in cui Furchì e altri come lui riescono sempre a insinuarsi.

Furchì, 50 anni, ragioniere calabrese originario di Ricadi, in provincia di Vibo Valentia, e presidente dell’associazione Magna Grecia Millenium – avente come scopo la diffusione e la tutela dei valori della calabresità – è uno di quei tanti personaggi che in quel sottobosco si muovono agevolmente. Anzi, ci sguazzano. Presenzia a qualsiasi evento, convegno, inaugurazione, vernissage in cui si parli di Calabria, si fa promotore di iniziative ed incontri con personaggi come il giornalista Michele Cucuzza, suo amico di vecchia data che di fronte alle notizie degli ultimi giorni si è detto sbigottito.

A Torino in molti lo conoscono perché Furchì è uno di quegli individui che cercano ossessivamente di intrecciare rapporti e allargare la propria rete di conoscenze con lo scopo di arrivare da qualche parte. Se fosse invischiato in qualche grande scandalo come quello del Monte dei Paschi di Siena i giornali si affretterebbero a definirlo un faccendiere ma l’identikit tracciato dagli inquirenti offre più l’immagine di un tipo losco che da un lato stringe la mano a esponenti politici e dall’altra confabula con i capibastone locali della malavita organizzata.

Un maneggione ambizioso, come ce ne sono tanti, aduso alla minaccia e assetato di fama, potere nell’affannosa ricerca di un posto al sole.

In questa smania di potere Furchì avrebbe, per ben tre volte, cercato l’aiuto proprio di Alberto Musy.  A presentare i due sarebbe stato il professore Pier Giuseppe Monateri, ordinario di diritto civile all’università di Torino, un’istituzione nella facoltà di Giurisprudenza. Furchì cercò di sponsorizzare la candidatura del figlio dell’ex ministro Salvo Andò per una cattedra all’università di Palermo e Musy era nella commissione giudicatrice. L’avvocato torinese però si espresse a sfavore del candidato.

Furchì fece poi di tutto per farsi candidare alle amministrative e vi riuscì ma non nel ruolo di capolista come in realtà avrebbe desiderato. Raccolse meno di 60 voti e restò fuori da Palazzo Civico. A far detonare un odio profondo, covato da tempo, sarebbe stato però, secondo gli inquirenti, un terzo episodio. Per tentare la scalata alla compagnia ferroviaria Arenaways Furchì si rivolse nuovamente a Musy per chiedere un aiuto economico all’operazione, ricevendone un rifiuto.

L’unica colpa di Musy, se così può essere definita, è quella di avere avuto la schiena dritta e di non essersi prestato a manovre poco cristalline. L’ennesima vittima sacrificale di un sistema marcio che sa e tace, che vede e non denuncia e finisce per lasciare soli i pochi uomini onesti, salvo poi stracciarsi le vesti e gridare allo scandalo dopo, quando ormai gli onesti sono in coma.

Alessandro Porro

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