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Il Toro va a lezione di Tremendismo

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Giocare da Toro, quella cosa che Natali, in una conferenza stampa post-derby, ovviamente perso male, disse di non aver ancora capito cosa fosse, ance se ne parlavano tutti.

O, scomodando un termine ancora più illustre, il “tremendismo”, quell’atteggiamento che è stata la caratteristica degli anni ’70 granata.

Quante volte i tifosi granata avrebbero voluto rivedere in campo queste cose, in questi anni, pur sapendo che, nel calcio di oggi (tanti soldi e poche radici), sarebbe stato anacronistico.

Bene, finalmente sabato pomeriggio le hanno viste. Peccato, però, che a mostrargliele sia stato il Catania.

Quel Catania che, a mio modo di vedere, è il modello a cui tendere, più dell’Udinese: in A da sette anni consecutivi (salì col primo Toro di Cairo), in casa ha costruito un fortino dove, negli anni, ha preso scalpi eccellenti (a differenza dell’Olimpico colabrodo), ha una squadra quadrata e ricca di carattere (giusta la scelta di pescare molti argentini), nonché qualche giocatore che dà davvero del “tu” al pallone.

Catania Torino espulsione Lodi

Lodi ha lasciato in dieci gli etnei per uno sconsiderato pugno su Meggiorini, quando erano passati una decina di minuti del fischio d’inizio, rispondendo così a chi, come il sottoscritto, s’interrogasse come uno con i suoi piedi non fosse ancora andato in una grande.

80’ in superiorità numerica sono un regalo clamoroso, anche se, contro il Napoli, il Catania ne concesse addirittura 89’ e fece 0-0 anche lì, ma il Toro non ne approfitta, anzi, rischia grosso, non cambia marcia, ci regala il primo caso di forcing fatto camminando della storia del calcio, continua a battere le punizioni offensive con schemi inopinati che non riescono mai.

Come se si fosse ancora in parità numerica su un campo difficile.

 E il Catania?

Il Catania inizia a mettere in campo tutto quello che ha a livello di attenzione, difesa concentratissima, e di grinta. Si conquista un rigore per un fallo tanto netto quanto poco intelligente di Vives su Izco e lo sbaglia con Bergessio, costringe Gillet ad alcuni interventi importanti (su Gomez e ancora su Bergessio, nella ripresa) e Glik e Rodriguez, che continuano a non far rimpiangere Ogbonna, a fare gli straordinari, dà l’impressione di far male quando avanza, non molla mai.

Rodriguez Catania Toro  2013
Rodriguez Catania Toro 2013

Il Torino di Ventura, come spesso capita, è solido, non subisce troppi gol, addormenta le partite e, visto il tasso tecnico in campo, soprattutto offensivo, può essere una scelta anche condivisibile. Ma, forse, sarebbe il caso di vedere un po’ più di carattere, di cuore, di sangue che ribolle nelle vene.

E, se non c’è il cuore, almeno un minimo di testa: l’intervento da rigore, già citato, di Vives non ha spiegazioni razionali, non crossare direttamente in area su una punizione dalla tre quarti neanche, il modo in cui Bianchi ha sfruttato l’unica occasione avuta nell’ennesimo match opaco nemmeno.

La testa direbbe che, in una gara così bloccata, magari un Sansone, non un fenomeno, ma certo più imprevedibile dei compagni di reparto, andrebbe messo prima, non a colpi di quarti d’ora che non lo faranno mai crescere e non ci faranno mai capire se è da massima serie o no (per la cronaca: prima giocata, Legrottaglie ammonito).

Alcune delle migliori prestazioni dello scorso anno, comunque, sono venute anche col mix cuore-testa: ad Ascoli, per esempio, oppure nell’1-1 contro il Bari, dove, con un Ciampi sistematicamente contro, il Toro ce la mise tutta sul serio e uscì fra gli applausi scroscianti del pubblico.

Che fine ha fatto questa componente, non è lecito saperlo, ma è questo, più della classifica, tutto sommato dignitosa, a preoccupare. Perché al tifoso del Toro, più del risultato, è sempre importato il “come”. E se il “come” è di un certo tipo, il risultato arriva.

Catania-Torino 2013  Giuseppe Vives e Alessandro Gazzi
Catania-Torino 2013 Giuseppe Vives e Alessandro Gazzi

Ultime due notazioni: la prima è che i granata raggiungono un altro piccolo record, ovvero cinque ammoniti su cinque erano diffidati, il che costringerà Ventura, nel delicatissimo match col Siena, a reinventarsi la squadra. La seconda riguarda il modo in cui Ventura e Cairo menzionano i punti in classifica.

I ventuno sul campo, vanno bene detti una volta, anche a mo’ di boutade, ma non devono essere tirati fuori di continuo.  Sono venti e basta, quei calcoli lasciamoli alle battute dei tifosi, non dei tesserati. Quel punto di penalizzazione il Torino se lo è preso in maniera grottesca (sempre grazie, Pellicori, eh) e scegliendo di patteggiare, purtroppo ci si dovrà fare i conti per tutto il campionato. Se il tecnico o la società volessero usare dei dati per magnificare il girone d’andata granata, c’è quello della quinta difesa.

E se volessero migliorare ancora potrebbero, il mister tenere il buono che ha indubbiamente fatto in questo anno e mezzo, evitando certe pericolose testardaggini, e la dirigenza fare un mercato di riparazione serio. Così si potrebbe arrivare a una salvezza con qualche soddisfazione, quella sì, sul campo. Non dico vincere allo Juventus Stadium in dieci, ma qualche colpaccio non farebbe male.

Francesco Bugnone

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