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Torino: la vita al tempo delle case chiuse

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Torino: la vita al tempo delle case chiuse
Torino: la vita al tempo delle case chiuse

Alé alé alé/andoma a ciolé/ a-j’e l’America an via dij Plissé”,

Così cantavano i giovanotti di qualche decennio fa sulla strada per il bordello delle Sette Chiese, il più modesto e a basso costo dell’intera Torino.

Giunti in via dei Pellicciai, l’odierna via Conte Verde, i clienti dovevano salire le scale che costeggiavano la latrina comune ed entrare nella sala comune al primo piano.

Qui la maitresse richiamava le ragazze con litanie ben studiate e musicali tipo

“Chi va con la bella bolognese?”, “Abbiamo la Katia dalle poppe imperiali!” o ancora “La bionda è libera, ragazzi in camera!”.

A quel punto chi aveva davvero interesse a passare qualche momento in privato con le belle e provocanti signorine e, soprattutto, disponeva di qualche soldo, si ritirava nelle camere, mentre i più giovani e squattrinati rimanevano a “far flanella”, cioè a chiacchierare, scherzare e curiosare nel salone senza poter pagare.

Torino: la vita al tempo delle case chiuse

Ecco un breve spaccato della società torinese ante-legge Merlin del 1958, quando le case di tolleranza erano appunto, non solo tollerate, ma gestite dallo Stato e i torinesi di ogni ordine e classe, dagli imberbi studentelli ai professionisti, dai padri di famiglia ai giornalisti e professori universitari, fino ad arrivare ai militari, vi passavano qualche serata di svago a luci rosse.

In città, come nel resto d’Italia, le case chiuse (così chiamate per le persiane sempre abbassate a protezione della privacy e della morale) si dividevano per classi sociali: i frequentatori più poveri si potevano consolare con il lupanare di via Conte Verde, la fascia media, invece, poteva recarsi alle due “case” adiacenti di via Calandra o in via Principe Amedeo, mentre i più facoltosi si accomodavano nei lussuosi postriboli di via Michelangelo, via Massena o corso Raffaello, dove si diceva essere esibita una straordinaria collezione di falli di cristallo Lalique.

Esistevano però due locali ancora più esclusivi, il Babi in via Barbaroux e la casa di piacere di via Cellini, in cui ricchi ed influenti “aficionados”, lasciata l’auto per discrezione in corso Massimo D’Azeglio, avevano diritto ad un servizio unico e molto apprezzato, il cosiddetto “libero”: al momento di uscire, una cameriera si assicurava che in strada non ci fosse nessuno e che quindi il cliente non rischiasse di essere visto o riconosciuto.

 

Rispetto al caos normativo e sociale che la prostituzione odierna genera, il nome “casini” è quanto di più lontano dalla realtà si possa immaginare.

Le tariffe fissate dallo Stato andavano dalle 2 alle 5 lire a prestazione, con ulteriori sconti per le mezzore, i quarti d’ora o le “svelte”.

Le ragazze erano controllate settimanalmente da un medico pena l’impossibilità di lavorare, avevano un orario ben preciso (“La sveglia era alle sette del mattino, quando la cameriera portava il caffè a letto. Dalle otto alle dieci si usciva per fare acquisti. Tornate al casino si lavorava fino all’una. Alle tre si riapriva. Fino alle sette. Poi ancora dalle otto all’una di notte” dichiarava Katia, una delle ultime “signorine” di quell’epoca intervistata qualche tempo fa da “Il Borghese”) ed erano obbligate a cambiare casa di piacere e spesso anche città ogni quindici giorni.

Quest’ultima misura si era resa necessaria per evitare che i frequentatori si affezionassero troppo alle loro “preferite”, ma una statistica rivela che, subito dopo l’abolizione dei lupanari voluta dalla senatrice Lina Merlin, circa il 20% delle prostitute convolarono a nozze con i clienti più affezionati.

Bordelli, casa di tolleranza Torino
Bordelli, casa di tolleranza Torino

L’ordine era inoltre mantenuto dalle maitresse anche con ingegnosi stratagemmi: per scacciare i perditempo o gli attaccabrighe, le matrone spegnevano le luci e, al grido di “O figa o fuga!”, spruzzavano il famigerato flit, insetticida dal caratteristico olezzo che, depositandosi sui vestiti avrebbe smascherato di fronte a mogli e madri gli uomini in questione.

È degli ultimi tempi la dichiarazione della Lega di voler riaprire i nostrani salotti del piacere per tutelare le donne da un punto di vista medico, toglierle dalla strada, ma soprattutto per ripianare i deficit di bilancio del Comune attraverso il business degli orgasmi a pagamento.

Senza voler entrare nel merito della questione politica e sociale che questo tema inevitabilmente scatenerà, vorremmo ricordare che quando la Legge Merlin entrò in vigore da un lato vi fu chi esultò per una vittoria contro lo sfruttamento delle donne da parte dello Stato, ma ad alcuni rimase il rimpianto per un ambiente familiare (in alcuni casini di provincia, ad esempio in quello di Venaria, vivevano intere famiglie) la cui abolizione venne vissuta così da un grande scrittore come Indro Montanelli: “il colpo di piccone alle case chiuse [fece] crollare l’intero edificio basato su tre fondamentali puntelli, la Fede cattolica, la Patria e la Famiglia, perché era nei postriboli che queste istituzioni trovavano la più sicura garanzia”.

 

Marco Parella

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