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Quando “Le Nuove” bruciarono

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Rivolta carceri le Nuove Torino
Rivolta carceri le Nuove Torino

In Corso Vittorio  Emanuele  la notte tra il 13 e 14 aprile 1969 venne illuminata dalla luce militare di razzi bengala.

Lampi artificiali mostrarono la fortezza assediata, penetrando dalle inferriate nell’oscurità dei corridoi e delle prigioni.

Dai bastioni ancora in mano alle guardie provenivano raffiche di mitra al cielo, chiara minaccia per chi avesse osato la fuga.

Da quasi un giorno centinaia di detenuti inferociti erano usciti dai ranghi conquistando il grande, ma vecchio carcere di Torino.

Fuori, gli assedianti: centinaia di carabinieri, poliziotti, guardie carcerarie con scudi e caschi osservavano quell’isola di anarchia, pronti ad un intervento massiccio per espugnare il castello caduto in mano agli insorti.

Le carceri Nuove di Torino erano una polveriera, come d’altronde tanti altri istituti di pena italiani.

Le Nuove erano obsolete, con gravi mancanze sanitarie e d’igiene e i bracci erano sovraffollati.

Le celle scoppiavano di umanità ingabbiata e stretta in pochi metri quadri di muri umidi e porte risorgimentali.

I detenuti erano arrabbiati. Reclamavano migliori condizioni, possibilità dignitose di mansioni lavorative, meno massa umana stipata in buchi fatiscenti.

Il pandemonio scoppiò la mattina del 13 aprile. Iniziò tutto dal quarto braccio. Esplose la rabbia fuori dalle celle.

Il fuoco della rivolta, come impazzito da folate di vento, si espanse su tutta la struttura, sulle scale, dietro le grate, nelle rotonde. Dal quarto la sarabanda si allargò al quinto, poi al sesto, gabbia dei più esagitati, poi al terzo e al secondo, già pronti spranghe nella mano. Il primo braccio non partecipò alla cagnara.

Nel primo braccio alloggiavano i docili.

I secondini non riuscirono ad arginare il caos crescente. Il carcere cadde in mano dei detenuti. Partirono gli assalti, il primo fu condotto ai magazzini viveri che custodivano il vino, tanto e desiderato vino. Il saccheggio etilico cominciò subito, ingordo.

Dozzine e dozzine di carcerati si ubriacarono come se fosse stato l’ultimo giorno sulla Terra.

Senza dubbio ciò peggiorò le cose, scaldando ancor più gli animi.

La cappella diventò rogo, l’infermeria fu devastata, i laboratori artigianali si riciclarono come depositi di armi improvvisate.

Nei sotterranei drappelli con arieti caserecci tentarono di aprirsi un varco verso la superficie, come topi alla ricerca d’aria fresca.

I tetti fornirono proiettili sotto forma di tegole, da scagliare contro i secondini o i carabinieri.

Il reparto femminile riuscì a rimanere chiuso ermeticamente ad una temuta razzia sessuale di massa. 200 detenuti tentarono l’evasione superando le mura ma furono respinti da una barriera di lacrimogeni, che quel giorno si avvertì fino ai binari di Porta Nuova.

Più scaltro fu un gruppo che s’impossessò dai magazzini depredati di uniformi da polizia penitenziaria.

Furono però smascherati prima di riuscire a mettere i piedi su Corso Vittorio.

Si verificarono corpo a corpo. I rivoltosi avevano divelto le sbarre, ricavando così delle lance, potevano sembrare zulù metropolitani scesi in guerra.

Dall’altra parte della barricata di brande e materassi, c’erano compatti i plotoni antisommossa con la mano armata da fucili senza ogiva, non per sparare ma per picchiare duro, come se fossero delle pesanti clave d’acciaio e legno.

I detenuti, nel carcere diventato un’unica grande cella, erano assediati dalle forze dell’ordine che a loro volta dovevano buttare un occhio anche alle spalle, dove una folla urlante di parenti e amici dei carcerati si agitava isterica.

Ci fu pure un blitz di giovani studenti maoisti che tentarono di politicizzare la situazione, ma rimasero ai margini, come un problema di terz’ordine.

Addirittura fecero l’apparizione sotto i finestroni dei bracci gruppetti di prostitute e e papponi, accorsi a portar conforto agli amici e clienti dietro le sbarre.

 

In quei giorni le istituzioni ebbero un po’ di tremarella.

La rivolta di Torino aveva contagiato anche San Vittore, Marassi di Genova ed altre carceri italiane.

C’era il rischio che diventasse non più solo un’emergenza metropolitana ma nazionale.

Ma a Torino e nelle altre città le insurrezioni vennero soffocate in pochi giorni, non senza difficoltà, botte, feriti, devastazioni.

Alle Nuove la calma tornò il 15 aprile.  Anche l’ultima fazione di irriducibili, tutti del facinoroso sesto braccio, venne rimessa in riga e incatenata verso altri istituti.

Tutti i partecipanti a quel sabba di protesta vennero difatti smistati tra i penitenziari di tutta Italia. Individui pericolosi, era meglio dividerli.

Più di tremila uomini in divisa furono necessari per vincere sui 790 detenuti che per due giorni furono i padroni delle Nuove di Torino.

 

Federico Mosso

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