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Cantacronache: la scuola musicale torinese

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Si è sempre sentito parlare di scuola cantautoriale genovese (Tenco, Paoli, De André, Conte, Fossati), di scuola romana (su tutti, De Gregori e Venditti), di scuola emiliana (Guccini, Dalla e tutti i cantanti pop-rock), perfino di scuola milanese (Gaber, Jannacci, tutti i ragazzi del Derby prima e dello Zelig poi).

Scuola torinese: non pervenuta. Eppure è esistita, e qualcosina ha seminato – se è vero, come è vero – che alcuni dei suoi stilemi passarono gli Appennini per confluire nella più rinomata temperie ligure. Si chiamavano Cantacronache, ed al pari del movimento nato nei Vicoli della Superba annoverava musicisti, scrittori poeti ed intellettuali di varia foggia.

Cantacronache Torino
Cantacronache Torino

Era il 1957, e un gruppo molto simile ai “Quattro amici al bar / che volevano cambiare il mondo” di Gino Paoli discuteva, progettava e sperimentava: il loro obiettivo era valorizzare il mondo della canzone attraverso l’impegno sociale. Ai fondatori Sergio Liberovici e Michele Straniero si aggiunsero personaggi noti in città (come Emilio Jona, Fausto Amodei, Giorgio De Maria, Margot Galante Garrone, Mario Pogliotti). Il gruppo era orientato a creare una musica lontana dalle canzonette di consumo che stavano iniziando a spopolare nell’Italia nel dopoguerra, con la summa dell’orrido (a loro giudizio) raggiunta dal nascente Festival di Sanremo (e non sapevano cosa sarebbe diventato). Il loro motto, retorico quanto basta, incitava ad “evadere dall’evasione”, ricercando ispirazione negli chansonniers francesi, nell’opera poetica di Bertolt Brecht e di Kurt Weill o nella tradizione dei cantastorie italiani.

A questi primi epigoni si aggiunsero altri grandi nomi della cultura cittadina e italiana: Italo Calvino, Gianni Rodari, Umberto Eco. Sarà lo stesso Eco a rimarcare l’importanza dei Cantacronache: “Se non ci fossero stati i Cantacronache e quindi se non ci fosse stata anche l’azione poi prolungata, oltre che dai Cantacronache, da Michele L. Straniero, la storia della canzone italiana sarebbe stata diversa. Poi, Michele non è stato famoso come De André o Guccini, ma dietro questa rivoluzione c’è stata l’opera di Michele: questo vorrei ricordare”.

Umberto Mangiardi

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