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Torino: vicende di vino, miseria e botte

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Questa non è un’indagine storica canonica.

Non si raccontano fatti documentati e documentabili su personaggi del passato sabaudo o su episodi della nostra storia torinese.

Le parole che seguono sono frutto dell’immaginazione, sono un esperimento di fantasia ancorata però ad un contesto “che sarebbe potuto accadere”, di sincera verosimiglianza.

E’ una breve storia di disperazione, di vino, di bassifondi piemontesi nella metà dell’ottocento.

Raffaele Briccarello, “Monsù Briccarel”, calzolaio di Via Barra di Ferro (ora via Bertola), lascia la bottega in anticipo sull’orario di chiusura, dando le spalle ai mucchi di vecchie scarpe da riparare e alle urla e gli insulti rochi della moglie. “Ciucatun!” Gli grida la donna dal balcone dell’umile appartamento sopra il negozio di Monsù Briccarel.

L’uomo ha il volto arrossato dal bere, il naso assomiglia ad una grossa fragola matura, gli occhi sono vitrei, i denti segnati da sigari di terza scelta, la pelle è bruciata dall’alcolismo da taverna.

Il cappotto che indossa è logoro, puzza dicattive abitudini, è sfregiato da tizzoni di cenere caduti tante volte nella goffa disattenzione degli ubriachi.

Torino Vicende di vino, miseria e botte
Torino Vicende di vino, miseria e botte

Briccarel cammina spedito tra le strette e umide vie della Torino popolare, con i panni stesi sulle finestre, con branchi di marmocchi scalzi che molestano gli ambulanti e cani randagi che si trascinano tra i rifiuti delle trattorie.

Supera le immonde pozzanghere di via Doragrossa (attuale Via Garibaldi) saltellando per dirigersi lesto verso la sua strada preferita della capitale. Via Conte Verde, ovvero il regno del vino da due soldi, delle bettole maleodoranti e naturalmente delle sempre in affari prostitute o bagasse ,che dir si voglia.

Questo angolo di città è meravigliosamente chiassoso, vivo, così pieno di umanità e così vuoto di preti a caccia di anime da riportare per le orecchie verso la retta, noiosa, tiepida via.

Qui, anche se si è pezzenti, c’è da divertirsi.

L’osteria dell’Inferno ha un nome che gli calza a pennello.

E’ l’anticamera delle fiamme sotterranee dove ci si conquista un biglietto di terza classe per le pene eterne dei lussuriosi, dei violenti, dei bari.

Briccarel entra nella nuvola di fumo di mille sigari e pipe. “Cerea Monsù Briccarel!”

Lo salutano alcuni amici da un tavolaccio macchiato di cera e di grignolino mentre si danno da fare con il bicchiere e con la briscola. Un vecchio s’ingozza di zuppa, in un angolo, facendo un rumore di risacca mentre il suo anziano socio, appoggiato al muro marcio di umidità, “scatarra” come a volersi corrodere la gola malata.

Alcuni avventori scambiano le panche e il legno dei tavoli per giacigli di fortuna e ronfano nell’oblio da litri di uva pigiata e fermentata alla bell’e meglio.

“Monsù Briccarel!”

Gli si fanno incontro la Marisa e la Lulù, note venditrici delle proprie abbondanti grazie. Da due decadi offrono i propri servigi alla Torino  che bazzica nelle vie e nei vicoli intorno all’osteria dell’Inferno. Stretto da un abbraccio di carne grassa e “poppe” abnormi, l’habitué vince il caldo abbraccio delle sirene del Quadrilatero Romano con un secco spintone.

Magari più tardi, se avrà fortuna con la Morra, si concederà un’ ”alla buona” di un quarto d’ora e una lira con la Marisa al piano superiore.

Vicende di vino, miseria e botte
Vicende di vino, miseria e botte/ Il gioco della Morra (Torino)

La Morra.

I giocatori devono indovinare la somma delle dita di due mani.

Due mani, due giocatori.

Due giocatori, un tavolaccio ingombro di bottiglie.

Un tavolaccio ingombro di bottiglie, una piccola folla di sdentati perditempo.

Una piccola folla di sdendati perditempo, un mucchio di monete.

Un mucchio di monete, gente che vince, gente che perde. Gente che perde, bestemmia e coltello facile.

Briccarel è bravo nella Morra, in poche frazioni di secondo è in grado di leggere l’avversario e intuire che numeri si giocherà. In simultanea le mani si aprono nello stesso istante in cui si fa la puntata gridando come ossessi. “Sinch!” “Eut!” “Quatr, Boia Faus!”

Torino: vicende di vino, miseria e botte

Il barbera riempie i bicchieri e gli animi.

Scorre un fiume rosso quella sera all’Inferno, come sempre, tutti i giorni e tutte le notti. Volano i soldi. Briccarel è marcio, perde attenzione e lire. La voce gli è strozzata per il troppo urlare, una bagassa se la ride sguaiata.

Le puntate non vengono più pronunciate chiare ma sono biascicate e nasce il malinteso su un “Set!” interpretato come un “Ses!”… “Giuda crin, Ti it ses busiard!”

E il tavolo si rovescia. E i palmi calano sulle guance. E le bottiglie volano. E i coltelli spuntano. Pandemonio d’osteria!

Il mobilio si alza dal pavimento! Due pance vengono bucate. Per fortuna sua Monsù Briccarel se la cava solo con un bernoccolo da sgabello sulla nuca. Riesce a fuggire per un soffio dalle catene delle guardie e dalle celle del carcere delle Ferrate in Via San Domenico.

Non sfugge però alle tremende legnate della moglie, desta, paziente e in agguato con un manico di scopa nel buio dell’androne di casa Briccarel.

 

F. Mosso

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