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Chi lascia la via vecchia per la nuova…

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Torino Chi lascia la via vecchia per la nuova...
Torino Chi lascia la via vecchia per la nuova...

Prendi la parola “via”. Sommala al nome di una città o di un personaggio. Fai lo stesso  usando “largo” e “corso” ed ecco cosa otterrai: 2.000 tra vie e strade divise in 23 quartieri, in una Torino fintamente facile da percorrere in quanto quadrata.

Era il 1860 quando – e questa sì che è una cosa curiosa – si decise che i numeri pari di una via devono starsene zitti e buoni sulla destra.

Sempre in quell’anno poi, una apposita Commissione si riunì per definire il nuovo nome di alcune vie che, per le più svariate ragioni, erano considerati volgari o anacronistici.

Il centro ideale della città fu stabilito in Piazza Castello

. E da lì infatti si sviluppa 1/23 di Torino, il quartiere che chiamiamo comunemente “Centro”.

Dietro ogni grande via quindi c’è una grande via scomparsa. Diamo inizio allora alla nostra passeggiata in città in un tranquillo pomeriggio d’autunno sul finire del 1800.

Le vasche del sabato pomeriggio, fino al 1871, sarebbero state in Via Nuova, l’antico nome di Via Roma.

Chi lascia la via vecchia per la nuova...

Era questa infatti la via porticata che univa Piazza Castello a Viale dei Platani, il nome di battesimo di Corso Vittorio Emanuele II. Dedicato al primo re d’Italia e non per niente conosciuto anche come Viale del Re, il corso alberato, costeggiato di platani sulla destra e sulla sinistra, prendeva il nome dalla vegetazione che lo circondava.

Spostiamoci di qualche metro ed arriviamo in Piazza Carlina, la piazza dedicata a Carlo Emanuele II.

Ancora oggi, per ovvi motivi di brevità, chiamiamo questo slargo con l’antico nome che nei piani della commissione avrebbe dovuto cadere nel dimenticatoio già nel 1860.

Si dice che il buon Carlo Emanuele avesse strani (per l’epoca) gusti sessuali. Ecco il perchè del suo soprannome effemminato che da Carlo lo ha reso Carlina.

Nel passato molto vie prendevano il loro nome dall’attività maggiormente diffusa lungo di esse. Come in Francia infatti, anche Torino era divisa in quartieri tematici, in modo che, alla ricerca di un fornaio, fosse assai facile dirigersi nel posto giusto al momento giusto.

I carrozzai se ne stavano raggruppati nell’attuale Via Doria ad esempio; i guardinfanti invece, designer di scheletri in legno per rendere le gonne gonfie alla moda dell’epoca, avevano bottega là dove oggi c’è Via Barbaroux; i Conciatori in Via Lagrange, i Calzolai in Via San Domenico.

La via ricca per eccellenza non poteva che essere la Via Verdi, un tempo Via della Zecca. Era lì infatti, poco lontano da Piazza Castello, la sede dell’edificio in cui veniva battuta la moneta sonante.

E che dire dei nomi che nascevano da null’altro se non la destinazione finale della via stessa? Ecco che Corso Unione Societica – che oggi di certo non ci porta alla ex URSS – si chiamava corso Stupinigi. Via Cecchi, via Stradella e via Giachino – oggi dimenticate dai più perchè in prima cintura – si chiamavano Via Lanzo, perchè quella la loro tappa finale.

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Alcune dediche invece col tempo si son solo spostate.

Un esempio? Via Genova, un tempo l’attuale Via San Francesco d’Assisi, oggi allontanatasi in zona Nizza Millefonti.

Un nuovo personaggio, un avvenimento storico, un’invasione. Erano tutti ottimi motivi per cambiare le dediche alle vie della città. E poi si aggiungono i modi di dire, le abbreviazioni che magari nemmeno esistono sulla mappa della città. Un esempio? Il Rondò della Forca.

I. Perino

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