Home Cronaca di Torino Juventus Museum: un’attrazione che non convince troppo

Juventus Museum: un’attrazione che non convince troppo

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Il fiore all’occhiello di casa Juventus, lo Juventus Museum, è davvero così rigoglioso?

Su scala nazionale sì, senza dubbio: Roma, Lazio e Napoli non dispongono di una vera collezione di cimeli ufficiale, fruibile ed aperta al pubblico.

Tantomeno la possibilità di passare un pomeriggio a gironzolare tra reperti di varia natura per concludere con un tour dello stadio di casa.

Su scala internazionale, meno.

Ma andiamo con ordine: dall’elenco delle big del calcio italiano mancano – i più attenti se ne saranno accorti – le due milanesi, ma c’è un perché.

Milan e Inter hanno in effetti un museo, peraltro all’interno del glorioso Giuseppe Meazza in San Siro.

Juventus Museum: un'attrazione che non convince troppo

Il punto è che non è un museo dedicato ad un’unica società, e questo perché l’impianto non è patrimonio dei rossoneri o dei nerazzurri: il proprietario è il Comune di Milano, e giustamente al suo interno si celebrano le due squadre più gloriose del capoluogo lombardo, e cioè tanto l’Internazionale quanto l’A.C. Milan.

Quindi, lo Juventus Museum è l’unico museo calcistico italiano concepito su standard europei: museo proprio, collegato allo stadio di proprietà in modo da organizzare una visita parallela ed esaustiva.

Ma in quanto a sostanza, le cose stanno un po’ diversamente.

Lo Juventus Museum ha le potenzialità per diventare uno dei veri centri di attrazione torinese, ma non le ha ancora espresse tutte.

Intendiamoci, il tifoso sfegatato ha in ogni caso la possibilità di rimanere tre ore abbondanti a godersi ogni laccio, ogni didascalia, ogni bijoux.

L’esposizione però non valorizza appieno gli oggetti esposti, generando sovrapposizioni che portano a notare questo piuttosto che quello: dunque si gode realmente di una sola parte della collezione.

Il fil rouge dello Juventus Museum è la Juventus nel tempo. Sulla parete di destra, diversi pannelli scandiscono il passare dei decenni corredati da un cartiglio in alto; ad ogni pannello corrisponde una vetrinetta, in cui sono esposti documenti, spille, medaglie, scarpini, maglie, orologi e reperti dell’epoca.

Tanta roba, tutta molto vicina.

Juventus Museum: un'attrazione che non convince troppo

Anche i pezzi da novanta sono quasi nascosti: la prima sala in cui si entra è la sala dei trofei.

Scenografica, non c’è che dire, ma confusa. Le coppe appaiono e scompaiono illuminate da luci stroboscopiche, all’interno di una stanza circolare.

Non ne manca nessuna, dalle Champions alle Supercoppe Italiane, passando per la Coppa delle Coppe di Bilbao ’77 e addirittura la Coppa Carnevale, alias il Torneo di Viareggio per le primavere.

Un allestimento moderno, d’avanguardia, forse troppo. Banalmente: uno dei pezzi forti di un museo societario è la sala dei trofei.

Essa deve essere quanto di più pacchiano, tronfio e magniloquente si possa immaginare. Una rassegna di oro, argento, nastri e festoni.

Con esposto tutto l’esponibile, e anche di più. La scenografia è superflua, perché nulla può valorizzare ulteriormente quello che per un tifoso è già il massimo.

Juventus Museum: un'attrazione che non convince troppo
Museo del Barcellona

Non a caso, nel museo del Barcellona, i trofei ufficiali sono disposti in maniera ben visibile nella parte finale dell’esposizione, in una sorta di apoteosi.

Ma prima, molto prima, in una teca lunga diverse decine di metri sono racchiusi tutti i trofei non ufficiali della storia azulgrana. Coppe bislacche, targhe istoriate, brocche improbabili.

Un modo come un altro di ribadire il proprio strapotere – e un museo del genere altro non è che una incessante, ripetitiva e barocca affermazione di sé.

Anche la mitica panchina di corso Re Umberto non risplende. Protetta da una rete nera, su cui vengono proiettati ciclicamente dei filmati, appare e scompare.

Ed è sbagliato: essa è un’icona, dovrebbe essere in bella vista come e più di una coppa. Mistero degli allestitori.

Le maglie dei Top Player (tasto dolentissimo, di questi tempi) sono schiacciate sulla sinistra, in un espositore a slancio verticale. Sul fondo dell’unico stanzone che ospita il museo, un’area dedicata ai palloni d’oro bianconeri, anch’essa risicata, ed un memoriale per le 39 vittime dell’Heysel – un po’ dimesso.

Chiude la visita una sala (questa sì, notevole) con uno schermo a 360°, dove vengono proiettate le più gagliarde immagini della storia juventina, recente e non, immersi in un impianto dolby surround di altissima gamma.

Il problema principale dello J Museum è probabilmente lo spazio: con una disposizione più ariosa, con più cura per la multimedialità (più schermi, più cuffie, più sedie per fermarsi durante la visita), con una attenzione maggiore a solleticare il già strabordante ego dei tifosi juventini, il museo sarebbe da dieci e lode. Invece il voto è sufficiente, ma non strabiliante.

A questo concorre anche il prezzo, 18 euro per il biglietto intero (che include il tour dello stadio, questo sì davvero notevole): esso è perfettamente in linea con i parametri europei (Barcellona, carissimo, 25 €; Real Madrid 19 €; Manchester United 15 sterline; Arsenal 17 sterline e mezzo; Museo di San Siro 13 €), a fronte di un’offerta forse un pochino più inesperta rispetto ai competitor anglospagnoli.

Juventus  shop Torino
J

Quello che però sinceramente stupisce è la posizione dello shop ufficiale: esso è situato in un altro stabile, di fronte al museo.

Ed è una mossa commerciale abbastanza insensata. Nel già citato museo del Barça, la visita termina obbligatoriamente nello store.

Non si può evitare, ci si finisce dentro ad ogni costo – cosa che capita anche in musei più istituzionali, come gli Uffizi o i Musei Vaticani. Invece, qui i tornelli restituiscono gli avventori all’aria aperta.

Solo i fedelissimi, i tifosi veramente motivati, attraversano la strada, entrano in una nuova area e decidono di lasciare altri soldi alla società bianconera. Costoro, va da sé, sono pochi.

E da una dinastia così attenta al marketing come la famiglia Agnelli-Elkann una leggerezza del genere non ce la si aspetta.

 

Umberto Mangiardi

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