Home Spor-to Il Toro ritrova le vecchie ( e brutte ) abitudini

Il Toro ritrova le vecchie ( e brutte ) abitudini

7
SHARE

Sarebbe stato troppo bello:  seconda vittoria di fila, scavalcate Samp e Genoa e sosta alle spalle del quartetto di testa. Ma il Toro ama ricordare ai suoi tifosi che la felicità non è di questo mondo e decide di incappare in una serie di care, vecchie, brutte abitudini che lo portano al secondo ko interno stagionale, con l’aggravante che, a differenza della sconfitta contro l’Inter, di fronte, c’era una concorrente diretta per la salvezza.

 

La prima vecchia abitudine è quella di sbagliare sistematicamente la prova di maturità. Ogni volta che il Toro, in A, potrebbe, non dico spiccare il volo, ma portarsi verso acque più sicure, subentra una sorta di male oscuro, che imbriglia i giocatori in campo e, addirittura, i tifosi sugli spalti. Il Cagliari, benché privo di Cossu e Pinilla, è diventato subito, vuoi per il cambio di allenatore, vuoi per un organico discreto, uno spauracchio, nonostante l’ultimo posto. La paura di essere felici di Maratona e dintorni non veniva scacciata dall’atteggiamento della squadra, anzi: i granata hanno giocato intimoriti, senza spinta, irriconoscibili. Poche azioni palla a terra, nessun tiro, tanti palloni alti su cui Astori ha avuto buon gioco a giganteggiare.  Una squadra che non ha una cifra tecnica eccelsa, se gioca senza carattere e senza coesione, non va da nessuna parte. Dopo il gol dei sardi, si è visto un po’ di furore, anche se condito da tanta confusione, ma almeno una scintilla c’è stata. Perché non prima?

Torino Cagliari
Torino Cagliari

 

La seconda vecchia abitudine è quella di resuscitare i morti. La storia granata è piena di episodi di questo tipo: se nel bel mezzo di una serie negativa incontri il Toro, stai sicuro che guarirai. Le doti taumaturgiche dei granata si erano già viste proprio contro il Cagliari di Allegri, giunto al Comunale con zero punti e, dopo aver salvato la pelle in maniera rocambolesca un gran numero di volte, vittorioso con l’ex Acquafresca in extremis. Anche stavolta non si è fatto eccezione, ma è meglio finire qui con le similitudini, perché, ripensando a quella partita, sono troppi i rintocchi sinistri che vengono alla mente.

 

La terza vecchia abitudine è quella di far diventare il Comunale terra di conquista. Troppe volte, salvo la scorsa stagione, si è visto il settore ospiti rimbalzare di gioia. Quest’anno, già due. Il tripudio di frasi fatte che, spesso, accompagna il Toro dice “ricordiamo che dobbiamo salvarci, non andare in Champions”. Proprio perché il Torino deve salvarsi, la salvezza la deve costruire fra le mura amiche e, soprattutto, contro le dirette avversarie, visto che le grandi non le batte neanche per sbaglio. E a chi, come Sgrigna nel dopopartita, dice che non bisogna preoccuparsi troppo, perché siamo solo all’inizio, bisognerebbe spiegare una volta per tutte che i punti di inizio campionato valgono come gli altri, non la metà, e il fieno in cascina serve eccome. Lo dimostra lo scorso anno dove, nei momenti difficili, Ogbonna e compagni sono rimasti a galla soprattutto grazie a una prima parte da urlo.

Torino Cagliari
Torino Cagliari

 

La quarta vecchia abitudine è quella di tener fuori, per inspiegabili motivi tattici, il giocatore che, in quel preciso momento, può servire. Mi riferisco a Sansone. In un attacco di caratura non elevata e, oggi, in scarsa vena (eufemismo), con Sgrigna pasticcione e impreciso e Meggiorini, inspiegabilmente subentratogli, più confusionario che altro (un suo tentativo da venti metri, che sarebbe finito in fallo laterale senza l’intervento di un difensore cagliaritano, è stata una delle cose peggiori  mai viste sotto la Maratona), l’ex Sassuolo avrebbe fatto comodo. Lo ha dimostrato quando è subentrato a Brighi: due assist per Bianchi (il gol annullato e un tocco fuori di niente), tanti falli presi, l’idea di poter dar fastidio alla difesa sarda. Ventura, con un equilibrismo dialettico, a fine gara, ha detto che, dopo tanta fatica per creare un collettivo, rimpiangere il singolo giocatore sarebbe un passo indietro. Però, lungi da considerare Sansone il salvatore della patria, quando la squadra, per una volta non gira, non metter dentro un singolo che può far cambiare la partita, è qualcosa che non ci si può permettere.

Alessio Cerci
Alessio Cerci

 

Tutte queste vecchie abitudini, quindi, hanno portato il Toro a cadere contro un Cagliari non trascendentale, ma più quadrato, che ha aspettato l’occasione per far propria la gara e, sul rigore fischiato da Celi (mani di Glik, ci può stare), l’ha fatto con Nenè. Il palo di Ibarbo e un miracolo di Gillet sullo stesso Nenè hanno permesso ai padroni di casa un forcing finale generoso, ma poco concreto, con un gol annullato difficile da valutare e poco altro da segnalare (qualche mischia, il già citato Bianchi a fil di palo, un tiro telefonato di Gazzi, D’Ambrosio che non riesce a calciare da ottima posizione).  Peccato, un successo avrebbe potuto chiudere una prima parte di campionato con un bel sette e, invece, ci si deve accontentare di un sei meno. Ora la squadra ha due settimane per trovare la soluzione al problema del gol (su nove segnati, otto son stati fatti in due partite soltanto), anche perché non vorremmo che arrivasse la quinta vecchia, brutta abitudine: aspettare il mercato di gennaio come panacea di tutti mali e, al termine, trovarsi ugualmente con un pugno di mosche in mano.

Francesco Bugnone

Commenti

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here