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Secchiate d’Acqua ghiacchiata, il lato oscuro della serie A

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I sogni muoiono all’alba, diceva Montanelli, e così è stato anche per il Toro e, soprattutto, per i suoi tifosi, che, per quindici giorni, hanno sperato, invano, di fermare l’emorragia di sconfitte in casa contro l’Inter.

La secchiata d’acqua gelida, in un Olimpico gremitissimo, arriva dopo dodici minuti, quando uno dei tanti errori di Gazzi nella prima frazione, regala palla a Milito ai venti metri e il Principe segna un gol che si possono permettere lui e pochi altri.

Se contro il Pescara, il Torino aveva capito quanto fosse bello tornare a vincere in A, anche se la partita poteva sembrare un’appendice della B, stavolta è venuto in contatto con il lato oscuro della massima serie: contro certe squadre, e contro certi giocatori, ogni mezza occasione ti può ammazzare.

Fino a quel momento, la partita era stata bruttina, con un Inter muscolare e coperta, di fronte ai padroni di casa che provavano a impostare gioco, ma senza alzare i ritmi. Ora, ovviamente, è tutta un’altra storia: il Toro s’impegna e i nerazzurri non sembrano in serata di particolare vena, ma occasioni ne arrivano col contagocce. La coppia Brighi-Gazzi ne indovina poche, Santana non dispiace, ma fa sempre un tocco di troppo, Stevanovic fallisce il terzo appuntamento di fila, anche se sarebbe criminoso bocciarlo già a questo punto, e Bianchi e Sgrigna dialogano bene, ma a trenta metri dalla porta.

E così, ci si deve accontentare di un paio di mischie e di un tiro del capitano da posizione defilata, rimpiangendo quel regista promesso per tutto il mercato e che Dio solo sa quanto sarebbe servito in questa circostanza.

L’Inter chiude, così, il tempo in vantaggio senza sforzarsi e avvicinandosi al raddoppio con una punizione di Snejider, su cui Gillet risponde alla Sereni.

Eppure, quando si va a riposo, c’è l’impressione che, se ci fosse un po’ più di rapidità nell’innescare gli esterni, si potrebbe far male all’undici di Stramaccioni. E, forse, è quello che dice Ventura negli spogliatoi, perché il Toro, trascinato da una Maratona rumorosissima, rientra in campo con un piglio diverso.

Darmian e Brighi, titubanti nel primo tempo, ringhiano, anticipano, non hanno paura di entrare il tackle, e il resto della squadra li segue, avanza il baricentro e inizia a far sul serio, complice un Inter penalizzata dall’ingresso di un ectoplasmatico Alvarez.

Gli attacchi granata, però, devono fare i conti con la coppia di centrali nerazzurra Juan Jesus-Ranocchia: quest’ultimo, soprattutto, non sbaglia praticamente nulla, tornando, proprio di fronte a Ventura, quello di Bari.

Ma, quando entrano Cerci e Meggiorini per Steva e Sgrigna, sembra veramente che la storia possa cambiare, che il film visto per diciotto anni abbia un finale alternativo e che sia ora di proporlo al posto di quello originale.

Il minuto che potrebbe cambiare tutto è il 65’: Santana parte in contropiede e allarga a sinistra per Meggiorini che, con un cambio di gioco fenomenale, libera Bianchi a tu per tu con Handanovic.

Il centravanti granata spara al volo da pochi passi e centra il mastodontico portiere, con una dinamica che è troppo facile associare a quella del tiro all’orsetto del Luna Park, ma nessun paragone rende meglio l’idea.

Detrattori e fans di Rolando, sono subito prodighi nel dibattere se, ciò che è capitato, sia un clamoroso errore del centravanti o, al contrario, un miracolo di Handanovic (personalmente, propenderei più per l’errore) e quasi si perdono una palla gol altrettanto monumentale: Ogbonna, non contento di aver disputato un buon match in difesa, così come il compagno di reparto Glik, mette Meggiorini solo davanti al portiere e, il numero 69 granata, sparacchia malamente sul fondo.

Quando entra Sansone per un Bianchi generossissimo, ma che sembra non averne più, in molti sperano in un suo guizzo risolutivo, pregustando un pareggio che, per quanto visto sul campo, ci starebbe.

E, invece, arriva la seconda secchiata d’acqua per svegliare tutti dal sogno.

Se, contro le cosiddette strisciate, hai le occasioni per segnare, devi metterle dentro, perché, e si torna al lato oscuro della massima serie, le strisciate non perdonano. Mai. C’è passato il Genoa nel pomeriggio contro la Juventus, ci passa anche il Toro che concede la prima occasione dentro l’area dell’intera partita agli avversari: cross basso di Alvarez, finta di Milito, Cassano, appena entrato, si gira e fa calare il sipario, negando al pubblico la possibilità di assistere a un finale ancora aperto.

Altra sconfitta con l’Inter, quindi, al termine della quale si può dire tutto e il contrario di tutto.

Se il massimo risultato col minimo sforzo è una realtà, ci si può interrogare se la serata poco brillante dei nerazzurri sia dovuta a una buona prestazione granata o a una gara giocata volutamente sotto ritmo, perché tanto bastava davanti a un avversario modesto.

L’impressione che manchi qualità a centrocampo (il succitato regista) e davanti è presente, ma, per fortuna, c’è anche, grazie a Ventura, uno spirito di squadra e un’idea di gioco che, anni prima, non c’era: più delle sconfitte in sè, ricordo con orrore alcuni derby in cui bisognava aspettare venti minuti prima di fare un fallo o ascoltare Natali, in conferenza stampa, che affermava, quasi sprezzante, di non sapere cosa volesse dire giocare da Toro.

Stasera, tutto questo, non c’è stato: si è rimasti aggrappati al match, si è picchiato, si è corso, si è dato tutto, la curva ha capito e, davanti alla dignità e a un risultato positivo sfiorato, ha cantato e ha, giustamente, applaudito.

Ciò può confortare, ma, ora, sorge un altro dubbio: questi segnali, più avanti, si concretizzeranno in qualcosa di positivo (per esempio, battere una grande che, lo rimarco, perché magari a qualche giocatore è sfuggito, non è ancora proibito da nessuna legge) o sarà il solito, inutile, tirarsi su di morale, cercando appigli per dimostrare che stavolta si è perso, ma è diverso dalle altre sconfitte, perché si ha il terrore di accettare la solita sbobba che, poi, fatalmente, ci sorbiremo?

Le prime risposte arriveranno nelle prossime due partite, dove contro due squadre che stanno vivendo un momento antitetico (Samp e Udinese), l’undici di Ventura potrà iniziare a dire il tipo di stagione che ci aspetta.

Un’ultima cosa: oggi, prima della partita, mi sono preso dieci minuti per guardare la curva Maratona, che vestiva l’abito delle grandi occasioni.

L’ho guardata con lo spirito con cui si guarda un bel paesaggio e  tutto quel colore, quelle bandiere, quei canti mi hanno inorgoglito ed emozionato, pensando che, prima ancora delle prestazioni della squadra, conta che quel cuore pulsante continui a battere, perché è l’unico che può e potrà dare vere motivazioni a chi va in campo, insegnandogli la storia e mostrando loro le occasioni in cui si dovrà dare ancora di più del possibile, per arrivare al successo.

Forse esiste un universo parallelo dove è il Toro, da diciott’anni, a battere sempre l’Inter, segnando alla prima occasione e, successivamente, limitandosi a guardare gli avversari buttar via le proprie occasioni. Ma se lì non c’è una Maratona bella come quella di stasera, nonostante tutto, preferisco rimanere in questo.

Francesco Bugnone

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