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Il conte Waldeck, la belva delle Fiandre

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Immaginate un pomeriggio del 10 agosto 1557. Immaginate di trovarvi in una pianura davanti ad una città nelle Fiandre francesi. Immaginate due grandi eserciti schierati l’uno di fronte all’altro, che si studiano, che si preparano al pandemonio.

E’ la calma prima della tempesta di fuoco.

Dal campanile della chiesa di San Quintino si odono due rintocchi.

Fa caldo, tutto è immobilizzato. D’improvviso le bocche da fuoco gridano.

La terra e il cielo vengono scossi dalla furia dell’artiglieria.

Dal fumo dei cannoni che come una nebbia artificiale avvolge i due schieramenti ecco uscire il diavolo con i suoi sgherri a cavallo.

Un uomo gigantesco, dagli occhi assassini, mostra al nemico la lama sul suo destriero da guerra. Dietro di lui esce la carica dei suoi cavalieri. E’ il terremoto.

E’ il Conte Waldeck, la belva delle Fiandre, signore degli Shwartzeritter, cavalieri che vestono di nero da capo a piedi, demoni a cavallo amanti della guerra, della spada e del saccheggio sotto il comando del duca Emanuele Filiberto di Savoia.

I servigi dati a Emanuele “Testa di ferro” di queste truppe mercenarie sono preziosissimi per le campagne delle Fiandre e per la decisiva vittoria contro i francesi a San Quintino, che permette al duca di riavere i suoi territori piemontesi che gli erano stati rubati da Enrico II di Francia.

I feroci guerrieri tedeschi sono sì dotati di gran coraggio menefreghista della morte, ma sono anche inclini a scorribande violente, alla rapina e allo stupro.

Proprio dopo una razzia ai danni di una borgata belga, completamente devastata da furie eccitate dal sangue, si accende lo scontro tra il duca e il conte Waldeck che arrogante, si fa un baffo dei rimproveri del suo generale e addirittura osa impugnare la pistola come gesto di sfida.

Emanuele Filiberto è più lesto e lo fredda con la sua sputa fuoco in un batter di ciglia da abile pistolero.

Federico Mosso

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