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Corso Casale, Mompracem: la rivincita di Emilio Salgari

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Era la mattina del 25 aprile 1911.

Una giovane lavandaia camminava tra i sentieri del bosco di Val San Martino, sopra corso Casale, nei pressi del parco di Villa Rey.

La ragazza si fermò davanti a qualcosa di terrificante.

Gridò per l’orrore.

Tra i cespugli giaceva un uomo con la gola recisa e il petto squarciato. Impugnava un rasoio sporco di sangue.

Era il cadavere di un suicida.

L’uomo aveva scelto una sua personale versione di seppuku, il suicidio rituale giapponese.

Quell’uomo che si era tolto la vita in modo così brutale era Emilio Salgari.

Il suo cognome racconta storie tristi, l’uscire di scena nella tragedia è stata una peculiarità propria della sua famiglia.

Emilio Salgari scrisse più di 200 opere tra romanzi e racconti di avventure esotiche e imprese in mari lontani e immaginari.

Cento sigarette e una bottiglia di marsala furono la sua dieta giornaliera in anni di frenetica creatività.

Fu sfruttato fino all’osso da avidi editori furfanteschi, malvagi schiavisti che incatenarono la penna dello scrittore a contratti vampireschi, a clausole strozzine e a ritmi di produzione in serie, da automa.

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Nel bosco di Val San Martino morì con gli occhi sbarrati verso il sole, come a voler scrutare l’orizzonte prima di un lungo viaggio.

“Emilio, svegliati.” Una bellissima ragazza baciò l’uomo sulla fronte.

Era Jolanda, la figlia di Emilio di Roccabruna, signore di Valpenta, conosciuto come il Corsaro Nero.

Lo scrittore si alzò e si guardò attorno, sbalordito.

Si trovava sul ponte della Folgore, il vascello pirata che scorrazzava per il mar dei Caraibi, tra tempeste furibonde, arrembaggi con il pugnale fra i denti, tesori e l’isola-covo della Tortuga.

La ciurma gli si strinse attorno, con affetto rozzo, con pacche marinaresche, con amicizia rude ma sincera.

Il capitano Henry Morgan gli sorrise e quelle due canaglie barbute di Carmoux e Wan Stiller lo sollevarono nel trionfo e nel saluto generale dei pirati della Folgore.

La rotta della nave era fuori dalle consuete tratte caraibiche; il vento che soffiava sulle vele era quello dell’Oceano Indiano e le acque erano malesi.

Corso Casale, Mompracem: la rivincita di Emilio Salgari

“Terra! Mompracem!” Urlò Moko dalla vedetta dell’albero maestro.

Era l’isola delle tigri, il regno dei valorosi banditi dei mari della Malesia.

Fu grande festa quella notte sulla spiaggia, fuochi alti fino alle stelle furono accesi in onore dell’illustre ospite, del Rajah di Corso Casale, del creatore di tutto questo mondo.

Si accomodò su un trono d’avorio alla destra di Sandokan, la tigre.

Yanez, avventuriero portoghese, si arricciava i baffi compiaciuto e beffardo.

Si accese la miliardesima sigaretta e stappò la milionesima bottiglia di champagne mentre indigene succinte dalla pelle d’oro e dalle lunghe chiome ingombravano tavoli e tappeti con pietanze profumate.

Il banchetto si distrasse per qualche istante quando il Condor, la macchina volante di Mister Holker planò a gran velocità un paio di metri sopra turbanti e bandane, lasciando come scia la risata del pilota.

“Non c’è da spaventarsi troppo, ogni tanto Mister Holker fa di questi scherzi con il suo Condor elettrico.” Disse Sandokan all’ospite.

Intorno al gran falò sulla spiaggia di Mompracem la tribù dei Sioux della crudele Yalla e di sua figlia Minnehaha “La Scotennatrice” danzava esaltata, in preda a mitiche visioni di vendetta e guerra.

Alcuni pellerossa furono quasi investiti dalla corsa di una giraffa bianca su cui in groppa sedeva il dottor Skomberg dello zoo di Berlino, in evidente stato d’ebbrezza alcolica.

Nel magnifico pandemonio tre ciclisti, sudati marci sotto le loro pellicce polari arrancavano sulla sabbia. Avevano scommesso alla società geografica di Baltimora che sarebbero riusciti a raggiungere il Polo Sud.

In bici.

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“Scusate, per l’Antartide?” chiese il capofila.

“Andate sempre dritto, girate a destra del palazzo del farone Mirini, oltrepassate il tempio della Dea Kalì.

Tenetevi a sinistra della giungla dei cannibali.

Poi salite sul monte Gurugù.

Chiedete all’ingegner Kelly se vi può dare un passaggio sulla sua mongolfiera.” Indicò Sandokan.

L’ospite d’onore fu poi circondato da un gruppo di ragazze mozzafiato che gli porgevano frutti dolcissimi e coppe di liquore e gareggiavano in attenzioni a quel visitatore così importante.

Tra loro c’erano Marianna “La perla di Labuan”, la sacerdotessa Ada, l’aristocratica Surama e l’audace Lady Lucy Wan Harter, tutte così impegnate nel mettere Emilio a proprio agio, tra i vizi e le lussurie del misterioso oriente.

Emilio Salgari si tolse la paglietta che lanciò come un frisbee verso il mare, si stravaccò su soffici cuscini d’India e le stelle gli sorrisero.

Quello fu il suo primo ed ultimo viaggio.

Fu la sua rivincita sul mondo meschino che aveva lasciato per sempre.

Le tigri della Malesia ruggirono nella notte di Mompracem.

F. Mosso

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