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La Pasqua dell’assassinio

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I fatti di seguito narrati sono ispirati alle vicende che sconvolsero il ducato longobardo di Torino intorno all’anno 662.

Nella lurida taverna presso le Porte Palatine, un uomo di stazza imponente, con una lunga cicatrice mal curata che gli disegnava lungo il viso una mezzaluna rossa, sedeva in disparte, tenendosi a distanza dalle prostitute ubriache e dagli altri avventori paonazzi di vino di terza scelta.

Fissava la sua coppa davanti a lui, mentre sotto il tavolo, senza farsi notare, accarezzava la lama del suo lungo pugnale.

L’uomo aveva una missione. Da Pavia aveva attraversato le terre settentrionali a piedi fino a Torino per onorare il giuramento al suo signore Godeperto, massacrato dai sicari di Grimoaldo, duca di Benevento.

Erano anni di passione per il potere, di lotte fratricide, di assassini all’ombra dei troni del nord Italia. Quando nel 653 il re d’Italia Rodoaldo morì, passò lo scettro ad Ariperto, duca d’ Asti, che lasciò in eredità una doppia successione ai due figli Pertarito e Godeperto che avrebbero dovuto dividersi il potere in due fette, in armonia, da buoni fratelli.

Non fu in realtà una mossa saggia. I due fratelli presero a scannarsi come due mastini rabbiosi per il possesso dello stesso osso.

Le signorie longobarde presero posizione e la guerra civile scoppiò violenta. Il giovane Godeperto, dal suo quartier generale a Pavia, invocò l’aiuto del duca di Benevento che accorse insieme alle truppe dei ducati di Tuscia e Spoleto.

Il diplomatico che organizzò l’alleanza fu il duca di Torino Garibaldo, sovrano cittadino incline alla cospirazione e al doppiogioco.

La Pasqua dell'assassinio

Pavia aprì le porte ai fanti e ai cavalieri giunti in soccorso dal meridione ma Godeperto fu tradito. Il duca di Torino, provetto burattinaio, istigò Grimolado di Benevento che non esitò a fare a pezzi il suo protetto. Esaltato dal trono d’Italia su cui avrebbe poi messo le mani, il duca di Benevento puntò poi su Milano per chiudere definitivamente la partita anche con l’altro fratello Pertarito, la cui testa stava per staccarsi dal collo. Terrorizzato, il signore di Milano riuscì a fuggire.

Il duca di Torino era convinto di aver compiuto un piano da maestro, tronfio di se stesso e della sua cospirazione strisciante e silenziosa come un bisbiglio nell’orecchio giusto a tarda notte. Garibaldo di Torino si sopravvalutò. Qualcuno sapeva.

Al suonare delle campane della chiesa di San Giovanni, l’uomo seduto in silenzio nella taverna, si destò dal suo inquietante torpore. Era uno dei fedelissimi di Godeperto di Pavia, sul cui corpo agonizzante e macellato da dieci lame aveva giurato vendetta.

L’uomo con la cicatrice a mezzaluna si fece largo tra la folla di cenciosi mendicanti, di mercanti venuti dal mare, di mercenari franchi e si diresse verso l’ingresso della chiesa con il cappuccio del mantello rosso calato sugli occhi. Era la domenica di Pasqua del 662.

Garibaldo, tutto agghindato con preziose vesti di fattura bizantina e con anelli grossi come noci che facevano brillare le dita, entrò per assistere alla funzione tra inchini di lacchè e omaggi di potenti della città. Si pensava amato Garibaldo, solo due guardie del corpo lo accompagnarono di fronte all’altare.

L’uomo con la cicatrice lo seguì senza dare troppo nell’occhio aprendosi un varco tra la calca di signore e cavalieri. Un metro lo separava dalla schiena di chi tradì il suo duca Godeperto.

Appena il vescovo iniziò la messa e la preghiera in latino rimbombava nella navata, il pugnale partì come una saetta verso la carne del duca di Torino, trapassandolo.

Un grido strozzato si levò nella chiesa di San Giovanni Battista. Garibaldo di Torino cadde sulla pietra del pavimento sacro, in una pozza di sangue scuro, di fronte alla croce di Cristo.

Gli uomini della scorta e altri cavalieri furono subito addosso al sicario venuto da Pavia, che sorridendo non temeva le terribili conseguenze che avrebbe patito per quel suo estremo gesto di fedeltà. Giustizia era stata fatta.

Federico Mosso

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