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Da Mirafiori a Falchera, storia degli orti urbani a Torino

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Torino è all’avanguardia nazionale su tanti fronti ed a questa serie di primati si sono aggiunti recentemente gli Orti Urbani Circoscrizionali.

Che le coltivazioni in città occupino un posto di rilievo nel capoluogo piemontese non è comunque una novità. Già gli orti di guerra negli anni ’40 e la comparsa di numerosi orticelli negli anni ’50, creati dai nuovi immigrati, avevano ridefinito l’ambiente cittadino, rubando metri quadrati preziosi all’asfalto ed al cemento della ricostruzione e del successivo boom economico.

Negli ultimi vent’anni è stata intensificata l’attenzione a questa realtà grazie alla continuità di intenti delle amministrazioni locali, portando Torino ad essere la prima città italiana a emanare un regolamento specifico per la tematica degli orti urbani. La normativa in questione non serve solo a specificare spazi e libertà dei gestori delle aree coltivabili, ma anche a mettere un freno all’abusivismo che danneggia esteticamente la città e può produrre cibi poco salubri e controllabili.

Oggi a Torino gli orti regolarizzati sono un numero davvero alto; si parla di 330 unità e sono anche previsti piani di espansione per il futuro. Il mantenimento di queste zone ed il relativo ampliamento hanno bisogno tuttavia di sponsor e finanziamenti, così come di nuove zone adatte. Una delle vie che si sta cercando di percorrere per abbassare i costi di gestione è il decentramento. A Chivasso ad esempio sono nati da poco ben 80 nuovi orti urbani. I quartieri torinesi che maggiormente si sono dedicati alla coltivazione urbana sono senz’altro Mirafiori, anche riprendendo una più o meno velata preesistenza storica, e la Falchera.

Per avere diritto alla gestione di queste aree sono stati indetti anche piccoli concorsi, che hanno visto la presentazione di progetti interessanti ed esteticamente coerenti. Forse spinti dal dover affrontare un periodo economico infelice, forse da un ritorno alla natura, i piemontesi stanno pian piano riscoprendo l’attaccamento alla terra, un modo di tenere vive le tradizioni e risparmiare allo stesso tempo, tutto accompagnato da una lezione di civismo ed impegno.

Continuiamo così.

Michele Albera

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