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Niente portafortuna, siamo torinesi. O no?

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Niente portafortuna, siamo torinesi. O no?
Niente portafortuna, siamo torinesi. O no?

Anche noi abbiamo le nostre scaramanzie: ecco i portafortuna torinesi.

No, noi siamo piemontesi. La scaramanzia non ci appartiene: quella la lasciamo ai napoletani. Facile, no, chiudere il ragionamento e passare ad altro? Nemmeno per idea.

Anche Torino, e il Piemonte, ha le sue tradizioni e i suoi piccoli grandi riti scaramantici. Se vi capita di passeggiare dalle parti di piazza San Carlo cercate per terra il simbolo di Torino, il torello rampante aureo, risalente agli anni ‘30.

Lo riconoscerete subito, ma soprattutto noterete come una parte di questa effigie sia particolarmente consumata.

Si tratta dei testicoli. Una leggenda, la cui origine è tuttora ignota, narra come calpestarli porti fortuna, ma attenzione: occorre che l’atto sia quasi del tutto casuale.

Non come accadde durante le Olimpiadi del 2006 quando interi eserciti di turisti stranieri si facevano fotografare con la punta del piede appoggiata sulle pudenda del povero torello: così non funziona.

Ecco allora che nasce un secondo passatempo: osservare le signore di passaggio, proprio quelle che mai cederebbero alla scaramanzia, passeggiare in modo da posare il piede proprio lì, dove porta fortuna.

A poche centinaia di metri sorge il secondo grande portafortuna torinese: la statua di Cristoforo Colombo.

Realizzata e posizionata come omaggio ai migranti, l’opera è particolarmente ambita (e toccata) nel suo mignolo, che leggenda vuole rappresenti la via della fortuna.

E che, a causa delle continue strusciate di milioni di mani, questa volta alla luce del sole e non in maniera fintamente casuale, pare si avvii alla sua seconda sostituzione.

Ma non solo i cittadini sono alla ricerca di fortuna: un interessante articolo pubblicato sul sito web http://www.grandeguerra.ccm.it racconta le numerose superstizioni in voga fra i militari durante la Prima Guerra Mondiale.

Santini inseriti in nicchie scavate sui parapetti delle trincee, candele votive, ma anche il grido collettivo, molto sabaudo: “Savoia!”, che però proprio durante la guerra fu abolito.

Che questo fatto abbia un nesso con le sorti belliche, ovviamente, è tutto da verificare.

La Redazione di Mole 24

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