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Le avventure della Taurinense

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E’ l’alba di un giorno qualunque nel cortile della caserma Monte Grappa di corso IV novembre a Torino. La fanfara della Brigata Alpina “Taurinense”, di fronte al tricolore, invade il silenzio della città ancora addormentata con la sua voce fatta di tamburi, di grancassa e di tromboni, in memoria della sua storia fatta di montagna e avventure.
Nel settembre 1935 il Regio Esercito Italiano R.E.I. costituì la Divisione con l’appellativo di Taurinense a voler sottolineare il legame con la nostra città, sede del suo quartier generale.
Alcuni suoi battaglioni non dovettero attendere molto per ricevere il battesimo del fuoco. Già durante le operazioni della Campagna di Etiopia del 1935-’36, gli alpini della Taurinense assaggiarono per la prima volta il caldo diabolico e la guerriglia abissina dell’Africa Orientale. L’impresa del continente nero fu però solo un riscaldamento rispetto al grande macello che da lì a pochi anni sarebbe scoppiato e diffuso nel mondo.
Il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarò guerra ai francesi e la divisione fu dislocata nel settore tra Bardonecchia e Moncenisio, base per la penetrazione nel territorio montano nemico durante la battaglia delle Alpi, durata due settimane per il possesso di vette e valli e per ridisegnare i confini nazionali verso ovest. Ma la prova più difficile per le penne nere di Torino venne più tardi a guerra ormai inoltrata, in uno scacchiere ben più difficile e violento. L’alto comando italiano decise l’intervento della divisione tra le alture della Bosnia Erzegovina prima e del Montenegro poi, terre turbolente mai pacificate e corrose dall’odio verso gli occupanti italo-tedeschi. Il fronte dei Balcani fu uno dei più tragici del conflitto, secondo solo alla terrificante disavventura in Russia. Fango, spedizioni punitive, massacri medievali, episodi truculenti, guerriglia comunista, morte ovunque furono le caratteristiche che più si addicono per descrivere in breve gli anni bui dell’occupazione nei territori dell’ex Regno di Jugoslavia smembrato da più fazioni. In quelle terre selvagge d’Europa, ai confini della civiltà occidentale, come lupi crudeli si scannavano senza tregua formazioni di diverso colore che gareggiavano in efferatezza. Nazionalisti cetnici, partigiani rossi di Tito, ustascia croati, SS musulmane di Bosnia ed eserciti italiani, bulgari e germanici si contendevano tristi villaggi, valichi sperduti e montagne dimenticate da Dio con la guerriglia e contro-guerriglia.
Dopo l’8 settembre 1943, a seguito del vergognoso caos che lasciò allo sbaraglio i soldati del re indegno, la divisione rifiutò di deporre le armi all’ex alleato nazista e continuò la lotta dall’altra parte della barricata, al fianco di chi aveva combattuto solo poche settimane prima. Quello che restava della Taurinense si accorpò con i commilitoni della “Venezia”, dell’“Emilia” e al gruppo d’artiglieria alpina “Aosta”, formando così la divisione italiana partigiana “Garibaldi”, inseguendo i tedeschi fino a Sarajevo nel gennaio 1945, ultimo anno di guerra. I ragazzi della Taurinense e della Venezia partirono per il fronte jugoslavo in quasi 30.000. A casa fecero ritorno solo 3.500 anime.
Nel dopoguerra, rientrata nei ranghi a Torino, la divisione di montagna si rinnovò adeguandosi ai tempi. Nel 1952 si costituì la Brigata alpina Taurinense, gruppo militare di alta preparazione. Tra i suoi reparti si annoveravano validissimi scalatori che diedero prova di sé in esercitazioni ad alta quota da alpinisti di livello. Ma è nelle missioni all’estero, solidali, umanitarie e di aiuto concreto su territori violentati dai conflitti moderni, che le penne nere hanno dato e danno lustro allo scudetto con il toro e la corona, insegna di brigata.
Dopo la prima guerra del Golfo del 1991, gli uomini del reparto sanità aerotrasportato dell’unità furono inviati in soccorso alle popolazioni del Kurdistan iracheno della zona di Zarkho vicino al confine siriano, tormentate da lunghi anni di repressione, per allestire un efficiente ospedale da campo.
Nel biennio 1992/1993 1.500 alpini volarono invece verso sud, nel Mozambico, nazione che usciva da una guerra civile furibonda tra la fazione FRELIMO filo sovietica e marxista e le bande RENAMO largamente finanziate ed incoraggiate da Sudafrica e Stati Uniti. A noi italiani toccò garantire la sicurezza del corridoio di Beira che permetteva al vicino Zimbabwe lo sbocco sull’oceano Indiano.
Dopo più di mezzo secolo, la Taurinense tornò nello scannatoio dei Balcani, di nuovo in armi e di nuovo lordo di sangue. Per cinque mesi, il comando NATO affidò ai nostri soldati delicati compiti in una delle zone più calde dell’area, tra la città di Sarajevo, Gorazde e Pale capitale dell’autoproclamata e impronunciabile repubblica serba di Bosnia Srpska. I militari lavorano per sminare, per scortare i convogli umanitari, per costruire un ospedale pediatrico sulle colline di Sarajevo. Compiti non guerrieri ma altrettanto nobili e simili a quelli affrontati nel 1999 più a sud, nel Kosovo albanese, durante l’operazione per la smilitarizzazione dei miliziani UCK nella città di Pec.
L’11 settembre 2001 disegnò nuovi scenari d’intervento e d’azione e l’anno successivo 400 alpini del terzo reggimento della Brigata presidiavano gli edifici diplomatici italiani nella città di Kabul nell’arcaico e jihadista Afghanistan. Nell’ultimo decennio la Taurinense ha partecipato in forze alle missioni ISAF, prendendo posizione e controllo della provincia di Herat, terra di persiani, deserti infuocati e minareti, nell’ultima avventura della gloriosa brigata con la penna nera.

 

Federico.Mosso@mole24.it

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