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La comunità cinese a Torino

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Torino è una città famosa per l’integrazione che ha saputo dimostrare, anche a livello di tutele giuridiche ed assistenziali, nei confronti delle diverse ondate migratorie che hanno interessato il suo territorio. In particolare, la provincia torinese è la prima in Italia per presenza di immigrati cinesi, potendo contare su una comunità di oltre 4.000 unità solo nel capoluogo, oltre a nutrite rappresentanze a Barge e Bagnolo. La presenza cinese nella nostra regione risale alla fine della Grande Guerra, quando parte delle migliaia di asiatici reclutati dall’esercito francese per operazioni di sminamento e costruzione trincee, si spostò nella vicina Italia; il loro numero a Torino è però divenuto significativo solo nell’ultimo ventennio, essendo passato da 828 persone nel 1990 alle quasi 4.100 attuali, di cui il 90% proviene dalla provincia sud-orientale di Zhejiang. Nello specifico più dell’80% dei cinesi che vivono a Torino ha radici nel distretto di Yuhu, in cui il cognome più diffuso è Hu, mentre le statistiche indicano che circa il 48% sono donne ed il 30% minorenni. Si tratta dunque di un’immigrazione di famiglie, non di singoli uomini che lavorano come nel caso di marocchini o albanesi.
Il luogo comune che vede queste comunità chiuse in se stesse e poco integrata con la realtà ospitante è in parte vero e, anche se da noi non si può parlare di quartieri ghetto alla Chinatown (gli immigrati cinesi si sono dispersi territorialmente tra Borgo Dora, dove vive il 14,1% dei residenti, San Salvario, Borgo San Paolo e Barriera di Milano), l’unica modalità di contatto con i torinesi sembra essere quella economica-commerciale. Infatti, a fronte di oltre 560 attività commerciali gestite da cinesi e sempre più orientate alla cultura occidentale a discapito di arredamenti e specialità tradizionali (il 37% lavora nel settore della ristorazione, più del 20% nel settore del commercio), ogni altra modalità di integrazione rimane particolarmente difficile per la prima generazione di immigrati. Il 90% lavora con connazionali e il network familiare e parentale è la vera ossatura portante: il lavoro come il tempo libero e la ritualità sono vissuti tutti all’interno della famiglia, nel cui ambito si utilizzano prevalentemente i dialetti locali e solo quando necessario il cinese ufficiale.

Conseguentemente, notiamo che un terzo degli immigrati cinesi di prima generazione non parla l’italiano, mentre l’empasse linguistica è superata molto meglio da coloro che sono nati già in Italia, a detta di tutti alunni preparati, studiosi e bene educati. Le iscrizioni all’Università e al Politecnico sono in continuo aumento e superano da tempo le 900 unità (città con la più alta percentuale di studenti universitari cinesi d’Italia) e, sotto l’ala protettiva dell’istituto Confucio e del Centro Alti Studi sulla Cina, si moltiplicano i programmi di inserimento ed i corsi in lingua nei nostri atenei.
A livello religioso quasi il 60% non si riconosce in nessuna religione organizzata, mentre il 31% si dichiara buddhista, l’8% cristiano. Questi dati non traggano in inganno poiché i cinesi-torinesi conservano tutta una serie di credenze, di feste, di ritualità tradizionali che da secoli connotano la religiosità cinese al di fuori di ogni affiliazione istituzionale a una religione o chiesa.

M.Parella@mole24.it

 

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