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Come cambia la Torino trasgressiva

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Dicono che Torino sia la Detroit italiana, ma di americano Torino non ha proprio nulla.

Niente villette ad un piano costruite in legno con il vialetto per l’auto, niente grattacieli da 100 piani (almeno non ancora…), nessuna Walk of Fame, detective dalla dubbia moralità e dal pugno facile o bagnine in costume rosso e curve mozzafiato.

Non che sia un male, intendiamoci, a livello socio-culturale il Nuovo Continente non ha di certo molto da cui prendere esempio, ma è innegabile che la grande capacità comunicativa ed imprenditoriale delle multinazionali statunitensi ha permesso loro, nel corso degli anni, di esportare l’American way of life anche qui da noi.

Tra gli anni ’80 e ’90 arrivarono in Italia per la prima volta le grandi catene dei fast-food e del commercio su larga scala ad illuminare con le loro grandi insegne colorate, il loro stile essenziale, ma funzionale e le divise dei commessi tutte uguali, gli occhi di bambini, teenager ed adulti abituati alla classica bottega sotto casa o tutt’al più al PAM all’angolo.

Torino fece un po’ di resistenza, forse a causa della sua storia millenaria, forse per colpa di quei diffidenti dei suoi abitanti, sempre alquanto restii ai cambiamenti. In un modo o nell’altro i soldi ebbero la meglio e nel 1992 le grandi M gialle di Mc Donald’s si impossessarono del centro cittadino, poi fu la volta, due anni più tardi, dell’arrivo di Blockbuster (prima a Milano, in partnership con la Standa berlusconiana, poi anche sotto la Mole) e di tutti gli altri.

A quei tempi l’America, per un ragazzino di Vanchiglia o di Mirafiori, era una canzone ascoltata alla radio, le gesta di Tex Willer sui fumetti o qualche spezzone di partita NBA trasmessa in tv. Entrare in uno di questi negozi ultra-moderni e sofisticati, era un po’ come attraversare l’oceano con un balzo e catapultarsi a New York o Los Angeles, tra gangster ed astronauti.
Un angolo a stelle e strisce, però, era già incastonata in via Amendola sin dal 1984: il Burger Time, primo fast-food in terra sabauda, era la creazione di due appassionati viaggiatori, Luigi “Ciacci” Fasciglione e Claudio Visigalli che importarono la cultura del panino subito pronto nella nostra città.

Ebbene, dopo aver resistito alle offensive del Mellow e del Mc Donald’s e alla concorrenza del M** Bun e de La Granda in tempi recenti, qualche giorno fa le serrande si sono abbassate per l’ultima volta. Un cartello giallo con la scritta “Chiuso per cessata attività … Grazie a tutti” campeggia ora sulla vetrina buia del locale che ha ospitato generazioni di giovani bugianen che da tutto il centro e dalla collina si ritrovavano al Burger Time per un assaggio di States.
Qualche mese prima Torino, come molte altre città italiane, ha visto l’abbandono del videonoleggio più famoso del mondo, Blockbuster. Il colosso dell’home video, da anni in difficoltà in madrepatria per il sorgere di agguerriti concorrenti come Netflix, flagellato poi dalla crescita esponenziale ed incontrollabile della pirateria on-line e costretto infine alla bancarotta dall’immobilismo della sua dirigenza, dopo essere stato rilevato dal terzo operatore televisivo satellitare statunitense DISH Network (asta vinta per 320 milioni di dollari), ha dato il via libera alla procedura di fallimento e liquidazione anche nel nostro paese. Con un annuncio strappalacrime sul proprio sito ufficiale “L’avventura di Blockbuster Italia finisce qui.

È stato per noi un piacere divertirvi o semplicemente tenervi compagnia in questi 18 anni”, la catena di videocassette, dvd e videogiochi più diffusa a livello mondiale ha dato l’annuncio della propria morte in diretta.

I punti vendita di Blockbuster Italia sono stati tutti acquisiti da un brand di parafarmacie, “Essere Benessere”, mentre i negozi che avevano sottoscritto un accordo di franchising (circa una trentina sul territorio nazionale) si trasformeranno in nuovi Blockbuster Village, luoghi per l’entertainment a 360 gradi (video, musica, libri, giochi per consolle, eventi, ecc….) che ci permetteranno di rimanere agganciati al treno proveniente dal Texas ancora per un po’.

A Torino dovrebbero rimanere due punti vendita, quello di p.zza Cattaneo 17/C e quello di via Sansovino 143, ma, in tempi di rapida globalizzazione, vedere crollare i marchi che per primi ci hanno aperto una finestra sugli States, lascia in bocca un retrogusto amaro.

Marco Parella

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