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Le ville “maledette” di Torino

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Case liberty stregate Torino
Case liberty stregate Torino

Tre case torinesi, simili seppur nelle loro diversità, tutte e tre liberty e tutte, per un motivo o per l’altro, ville maledette e con una faccia oscura apparentemente nascosta.

La più celebre villa segnata da un alone di oscurità all’ombra della Mole è senza dubbio Villa Scott, ma che i più conoscono e ricordano come la «Villa del bambino urlante».

Questo edificio che si trova in corso Giovanni Lanza 57 fu immortalato da Dario Argento nel suo capolavoro «Profondo Rosso» e si staglia ancora oggi nel precollina con il suo aspetto lugubre e floreale al tempo stesso.

La villa in questione, all’epoca residenza delle Suore della Redenzione, è divenuta nel tempo meta per cinefili e spauracchio per i più e meno giovani che dal ’75 in poi hanno visto uno dei migliori horror noir di sempre, ambientato non solo al suo esterno, ma persino nelle sue stanze, con tanto di arredi originali; una scelta registica che difficilmente poteva essere più azzeccata.

Le ville "maledette" di Torino

Un palazzo torinese che ha unito dicerie a una storia di morte è «Palazzo della Vittoria», ubicato in corso Francia 23.

Molti lo notano per lo stile liberty che sposa reminescenze medievali e per i suoi dragoni rampanti che ornano il portone d’ingresso. L’aspetto lugubre già dal 1920 aveva impressionato i torinesi che avevano attribuito persino significati esoterici all’edificio.

L’aspetto di cronaca che fece da sfondo alla costruzione del palazzo cela tuttavia la storia più interessante. Giovanni Battista Carrera, l’architetto che lo progettò, non riuscì a terminarlo a causa della sua improvvisa ed inspiegabile morte.

Dopo qualche mese anche il committente dell’edificio si suicidò, quasi a confermare la presenza di un alone oscuro.

Le ville "maledette" di Torino

Palazzo della Vittoria, anche grazie a questa sua triste “tradizione”, è stato scelto come set per l’horror «La maschera etrusca» e per il bel libro «Un marito per Jolanda» di Bartolone e Messi.

L’11 aprile del 1987 un’altra casa rivelò al mondo la sua aura maledetta.

Questa volta purtroppo non fu la finzione a farla da padrona, ma la morte vera e propria che sconvolse prima Torino e poi il mondo intero.

Quel giorno di aprile infatti, lanciandosi dalla tromba delle scale della sua abitazione di corso Re Umberto 75, morì Primo Levi.

Lo scrittore che si fece portavoce delle strazianti storie vissute ad Auschwitz, morì a 68 anni nel luogo in cui aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita in circostanze che hanno ancora oggi molti angoli oscuri e misteriosi.

Diverse furono le ipotesi che si scontrarono con la possibilità di un suicidio, tra cui svetta la probabile teoria dell’incidente.

Le ville "maledette" di Torino

Seppure quella del suicidio, dovuto alla depressione post traumatica dei campi di concentramento, resti la tesi più accreditata, sono in molti a pensare che la morte di Primo Levi sia da attribuire ad un malore, pur sempre riconducibile alla depressione.

Il cardiologo inglese David Mendel, allontanando anche le visoni più complottiste che erano scaturite dalla misteriosa fine dell’autore di «Se questo è un uomo», indicò la causa della caduta nell’uso di psicofarmaci con cui l’autore stava curando la sua forte depressione.

Che dietro la fine di Primo Levi vi sia stato un gesto estremo, un malore o persino un complotto con tanto di omicidio e mandanti, quello che resta certo è che quel giorno del 1987 Torino, l’Italia e il mondo, persero un grande scrittore ed una grande voce che aveva raccontato con forza e profondità, una delle pagine più oscure della storia umana.

La maledizione delle case liberty insomma: una storia oscura che per uno scherzo del destino accomuna numerosi edifici a Torino, tutti con lo stesso stile e tutti dello stesso periodo.

Un altro segreto della faccia nascosta di questa città.

Michele Albera

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