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La rapina del secolo: quando la mala torinese eccelle

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La rapina del secolo: quando la mala torinese eccelle

Era la notte del 16 febbraio 2003 e si stava per compiere la rapina del secolo

Una Peugeot con a bordo cinque uomini scorreva sull’autostrada belga E19 in direzione di Bruxelles.

Non erano persone qualunque.

Era la banda di ladri che aveva appena svaligiato il caveau più sicuro al mondo dopo Fort Knox. Quello del Diamond Center di Anversa, un palazzo che è una cassaforte.

Il bottino fu stimato in oltre 100 milioni di dollari americani, si trattava della rapina del secolo.

Tre anni prima, Leonardo Notarbartolo affittò un ufficio nell’edificio più protetto d’Europa, il Diamond Center di Anversa, nel quartiere delle pietre preziose della città belga.

Qui ogni centimetro quadrato è sorvegliato da telecamere e energumeni armati.

Si finse un intraprendente commerciante di gemme di Torino con interessi nel mercato internazionale dei gioielli.

La fauna di quelle strade era ed è pittoresca: ci sono gli ebrei barbuti in abiti ortodossi che sono gli squali tradizionalmente più grossi.

Ma anche gli indiani, gli armeni, i venditori africani dagli orologi scintillanti e gli arabi nuotano in quell’acquario ricco di tesori e miliardi di euro.

Tra quei grassi pesci, Notarbartolo era un piccolo ma affamato piranha, un finto mercante dallo sguardo curioso e dalla mente ingegnosa che registrava tutto quello intorno a lui, in quel fazzoletto di terra che nascondeva ricchezze infinite.

Non sappiamo con esattezza come siano andate le cose. Ci sono due versioni del furto.

La rapina del secolo: quando la mala torinese eccelle

C’è quella fornita da Notarbartolo, molto affascinante e pure verosimile, e c’è quella altrettanto possibile ipotizzata dagli investigatori ma non confermata da nessuna confessione.

Sono due storie parallele che in certi tratti si toccano ma che divergono sulla responsabilità di presunti mandanti ma soprattutto sull’entità del saccheggio.

Secondo l’Arsenio Lupin di Torino, che raccontò questa storia senza però mai dire i nomi dei complici né tanto meno fornire indicazioni sul nascondiglio della refurtiva, i fatti furono i seguenti.

Un giorno ad Anversa, Leonardo fu avvicinato da un commerciante ebreo che lo incaricò di studiare le misure di sicurezza del Diamond Center.

Non gli fu difficile gironzolare nel super caveau del centro, le guardie ormai lo conoscevano per via della sua copertura inscenata già da parecchi mesi.

Armato di una penna da guerra fredda in grado di scattare fotografie, il furfante catturò tutte le immagini necessarie per spunti futuri.

L’ebreo si convinse ad osare l’inosabile, ovvero rapinare la stanza più sorvegliata del continente.

In un capannone fuori città l’ideatore del colpaccio allestì un qualcosa che assomigliava ad un set cinematografico.

Era la riproduzione del caveau e quei metri quadrati sarebbero stati la palestra ideale per i topi in allenamento.

In questo posto curioso che fungeva da laboratorio dell’arraffo criminale, Leonardo conobbe i suoi soci dell’impresa.

Il Genio”, era come dice il suo nomignolo, un geniale esperto di allarmi sofisticati, abilissimo nel soffocarli nel silenzio.

“Il Mostro” era un omone grande e grosso, mostruosamente in gamba nelle abilità di scasso, di guida e di elettrotecnica, tutte molto quotate nell’ambiente.

“Il Re delle chiavi”, un vecchio fabbro di famosa esperienza, si dedicava da una vita a violentare serrature di ogni tipo, a spalancare forzieri e porte proibite.

E poi c’era “Speedy” , l’anello debole del gruppo, elemento ansioso che con un suo gesto nervoso aiutò involontariamente i segugi della “Squadra Diamanti” della polizia belga.

E’ curioso scoprire come i più avanzati sistemi di sicurezza siano stati elusi da un’artigianalità tutta italiana.

Da metodi apparentemente rozzi in realtà raffinatissimi nella loro semplicità, dai vecchi trucchi di questi scaltri malandrini.

E’ nella semplicità spiazzante che si trovano i migliori passepartout.

Innanzitutto, forte del suo travestimento, Notarbartolo riuscì a piazzare una microtelecamera con l’obiettivo puntato verso le dita della guardia addetta alla combinazione dell’immane porta blindata.

La rapina del secolo: quando la mala torinese eccelle

Il problema del milione di combinazioni fu così risolto. Dopo di che, Leonardo, impugnando una lacca spray, spruzzò quella roba profumata sui rilevatori di calore all’interno della stanza fortificata.

La sera dopo iniziò il blitz degli uomini in nero, il deposito di Zio Paperone stava per essere espugnato dalla banda bassotti.

Si intrufolarono come spettri in un giardino privato a ridosso del Diamond Center, l’unico angolo di quella zona a non avere occhi elettronici che spiavano in continuazione.

Il Genio, come un gatto audace, si arrampicò su un terrazzino ed eluse il primo rilevatore a infrarossi con uno scudo di poliestere per poi dedicarsi all’antifurto della finestra.

La strada era libera, i ladri penetrarono nell’edificio.

Bastarono dei sacchetti di plastica nera sulle telecamere per non turbare il solito buio calmo che a quell’ora della notte compariva sui monitor.

Il campo magnetico sopra l’inviolabile porta fu neutralizzato con una striscia di alluminio e nastro adesivo.

Non ci fu bisogno di utilizzare il mazzo di duplicati che il Re delle Chiavi si era portato appresso: incredibilmente la chiave originale fu trovata in uno sgabuzzino, appesa lì come si fa con le chiavi della cantina, con la nonchalance di chi crede che nessuno possa arrivare fino a lì.

Dopo la chiave, i manigoldi inserirono la combinazione spiata.

Il cancello con le sbarre d’acciaio era l’ultimo baluardo difensivo prima dell’Eden, poca cosa per le geniali dita del vecchio fabbro. Apriti Sesamo!

E Sesamo si aprì, mostrando agli ospiti imbucati dozzine di cassette di sicurezza gonfie di tesori cartacei e in pietra.

I sensori già offuscati dalla lacca vennero definitivamente messi KO dal Mostro e dal suo prezioso know-how di elettricista delinquente.

Nel buio più nero, i briganti si accanirono sulle cassette usando un silenziosissimo trapano fatto in casa, capace di sedurre qualsiasi lucchetto e serratura.

Nelle borse saltarono giù mazzette di dollari, di sterline, di franchi svizzeri, di euro, di shekel israeliani e poi tanti astucci custodi di milioni e milioni in diamanti. Era fatta.

Tutti volarono via. Allontanandosi dal luogo dell’incredibile misfatto però, venne commessa una leggerezza fatale.

Un errore così grossolano per quelle vecchie canaglie cresciute in seno alla mala torinese di livello, quella specializzata in furti di un certo spessore. Speedy cominciò a dar di matto, preso dal panico e dalla paranoia.

L’incarico che gli venne dato di far sparire certi indizi lo svolse male.

Sparpagliando in modo maldestro nastri di registrazione prelevati dai videoregistratori della sorveglianza ma soprattutto i sacchetti con l’inequivocabile dicitura “Diamond Center Anversa”.

La rapina del secolo: quando la mala torinese eccelle

Secondo il racconto di Notarbartolo ora la banda ebbe un’amara sorpresa.

Controllando la refurtiva si accorsero che molti degli astucci rubati erano in realtà vuoti.

Dannazione! Gli avevano tirato il bidone.

Erano stati i mercanti di diamanti in combutta con quello strano e forse fantomatico commerciante ebreo a organizzare il colpo truffaldino, con lo scopo di ingannare le compagnie di assicurazione che ora dovevano ripagare per diamanti che non erano stati mai rubati.

Leonardo e soci in tutta la storia erano solo delle esche, delle pedine di un gioco più grande di loro, delle vittime di una gang di faccendieri senza scrupoli.

Da 100 milioni di dollari che la banda italiana pensava di tirar su dalla rapina del secolo , ne rimanevano solo “20” milioni.

Un bel gruzzolo certo, ma comunque non bastavano a far passare una grande e giustificata incazzatura.

Questa è la versione sostenuta da Leonardo Notarbartolo, affermato ladro torinese di origine siciliana, “enfant prodige “dell’appropriazione indebita, ladro d’auto e poi di gioielli, specialista nel metter insieme bande di professionisti di cui ognuno dotato di peculiarità ladresche fuori dal comune, uno dei maestri di quella che viene ricordata come la “Scuola di Torino”, accademia del furto all’ombra della mole.

Grazie agli indizi ritrovati in un bosco a ridosso dell’autostrada, gli inquirenti belgi acchiapparono il nostro Lupin, che però non disse mai nulla sull’occultamento del bottino e sull’identità dei complici di cui comunque ormai i veri nomi sono noti, tutte vecchie conoscenze di commissariati e schedari polizieschi.

Rimangono delle domande senza risposte che non siano congetture nebbiose.

Ma chi era ed è esistito veramente il misterioso commerciante ebreo che commissionò la rapina del secolo?

C’è stata oppure no una cospirazione di tale entità ai danni di assicurazioni? Se sì, quali figuri ci sono dietro? Di quanto ammonta il bottino in realtà? E soprattutto, dove è nascosto?

E’ un romanzo su moderni pirati, manca solo una mappa del tesoro che forse qualcuno custodisce come il suo più grande segreto.

 

F.M.

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